Egitto: continuano le proteste in un “venerdì di salvezza”

Pubblicato il 27 settembre 2019 alle 16:25 in Africa Egitto

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Continua l’ondata di violente proteste in Egitto, con manifestanti che chiedono le dimissioni del presidente Abdel Fattah al-Sisi. Venerdì 27 settembre, queste hanno interessato diverse aree e città del Paese, tra cui Qena, Luxor e l’isola di al-Warraq.

Da venerdì 20 settembre, migliaia di manifestanti pro-democrazia hanno marciato in varie città egiziane, tra cui Il Cairo, Alessandria e Suez, chiedendo le dimissioni del presidente, dopo che l’imprenditore Mohamed Ali lo ha accusato di corruzione. Alcuni video pubblicati sui social media hanno mostrato persone radunate nella serata di venerdì che inneggiavano slogan quali “ci solleviamo, non temiamo, Sisi vattene” e “il popolo chiede la caduta del regime”.

Lo slogan del 27 settembre è “venerdì di salvezza”, in uno scenario che assiste ad un crescente inasprimento della campagna di arresti. Secondo gli ultimi dati, i detenuti ammontano a circa 1900, tra cui vi sono altresì minori. Tra le accuse rivolte ai detenuti vi è quella di partecipazione a gruppi terroristici istituiti in violazione delle norme e della costituzione, organizzazione di manifestazioni senza preavviso, diffusione di notizie false, uso improprio dei social media e incitamento del popolo egiziano verso il rovesciamento del regime.

Fonti giudiziarie informate hanno riferito che centinaia di detenuti non sono ancora stati portati in Procura ma sono distribuiti nei diversi campi delle forze di sicurezza centrali del Cairo. Oltre 350 detenuti sono, invece, stati rilasciati dopo essere stati trattenuti per ore o giorni, ed essere stati sottoposti ad indagini da parte di membri della sicurezza nazionale.

È da giorni che si prospetta un venerdì di intensa mobilitazione, con milioni di manifestanti. A tal proposito, le forze di sicurezza hanno chiuso le fermate della metropolitana che collegano il centro del Cairo, per paura che i cittadini egiziani possano concentrarsi nella capitale. Allo stesso tempo, vi è stato un maggiore dispiegamento delle forze di sicurezza anche nell’Est del Cairo, con l’obiettivo di mettere in sicurezza gli egiziani “pro-al Sisi”, i quali si riuniranno nel pomeriggio. Un altro luogo di particolare interesse per le forze egiziane è piazza Tahrir, il centro delle proteste del 2011 che hanno portato alla caduta del regime di Hosni Mubarak, sebbene i cittadini egiziani siano stati precedentemente invitati a mobilitarsi dappertutto in quanto “tutte le piazze egiziane sono piazza Tahrir”.

L’ondata di proteste e dissenso contro il presidente egiziano ha preso il via dalla diffusione di filmati, il 2 settembre scorso, che dimostrano quanto profonda e radicata sia la corruzione tra gli ambienti militari e governativi del Paese. I video, diventati virali, sono stati rilasciati da Mohammed Ali, ex appaltatore di progetti militari in Egitto auto-esiliatosi in Spagna, e hanno provocato un notevole aumento delle critiche nei confronti del presidente, il cui operato è stato raramente messo in discussione nel corso degli anni, sin dalla sua ascesa dell’8 giugno 2014.

In particolare, il leader egiziano è coinvolto nello scandalo “Palacegate”, in quanto avrebbe utilizzato fondi pubblici per costruire palazzi lussuosi per sé e per la propria famiglia. Al-Sisi, da parte sua, ha sminuito le accuse di Ali definendole “bugie”, affermando che tali palazzi sono stati costruiti per lo Stato. Tuttavia, l’hashtag #ThatsEnoughSisi è diventato virale ed ha guadagnato più di un milione di tweet nel giro di 24 ore.

Non da ultimo, al-Sisi, di ritorno dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, oltre a non dirsi preoccupato delle proteste di venerdì, data la grande mobilitazione delle forze di sicurezza, ha affermato che le accuse rivoltegli saranno presto smentite, “Inshallah”. Per al-Sisi, l’Egitto è un Paese forte ed il proprio popolo è diventato sempre più consapevole. Pertanto, non può essere ingannato o deluso.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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