Abbas all’Onu: no all’accordo del secolo

Pubblicato il 27 settembre 2019 alle 10:09 in Medio Oriente Palestina

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Il presidente palestinese, Mahmoud Abbas, ha affermato che gli Stati Uniti sostengono l’aggressione israeliana contro il proprio popolo, ed ha nuovamente espresso il suo rifiuto verso il cosiddetto “accordo del secolo”, proposto da Washington per porre fine al conflitto israeliano-palestinese.

Tali affermazioni sono giunte in sede Onu, il 26 settembre, nel corso della 74esima sessione dell’Assemblea Generale. In particolare, Abbas ha sottolineato che Israele continua a venir meno alle proprie responsabilità e ai propri impegni politici e morali assunti a livello internazionale nei confronti del popolo palestinese. Per il presidente, l’unica via d’uscita accettabile per risolvere la questione palestinese è la cosiddetta “soluzione a due Stati”, sulla base delle risoluzioni legittime internazionali.

Tuttavia, Abbas ha evidenziato che, sino ad ora, Israele non ha rispettato alcun accordo e, pertanto, ha esortato la comunità internazionale ad intervenire per far sì che si agisca secondo la legittimità internazionale e si ponga fine all’aggressione israeliana. Inoltre, il capo dell’Autorità Palestinese ha parlato dell’intenzione espressa dal primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, di annettere la Valle del Giordano e il Mar Morto settentrionale alla Cisgiordania occupata, in caso di vittoria alle elezioni tenutesi il 17 settembre scorso. A tal proposito, Abbas ha nuovamente ribadito che, nel caso in cui l’ipotesi diventi realtà, la Palestina si ritirerà da ogni accordo preso in precedenza con la controparte israeliana.

“È nostro diritto difendere i nostri diritti in tutti i modi possibili, a prescindere dalle conseguenze, ma continuando a rispettare il diritto internazionale e contrastando il terrorismo. Le nostre mani rimarranno tese verso la pace” sono state le parole del presidente palestinese, che ha altresì evidenziato il proprio rifiuto verso il cosiddetto “accordo del secolo”, proposto dall’amministrazione statunitense, e verso ogni altra soluzione economica “illusoria” proveniente da Washington, accusando quest’ultima di aver danneggiato misure e politiche volte a portare la pace.

“Accettiamo la legittimità internazionale ed il diritto internazionale come una cornice ed un metro di giudizio per risolvere la nostra causa. Ci siamo battuti a lungo per raggiungere una pace giusta ed inclusiva ma il diritto internazionale che abbiamo accettato è messo in pericolo dalle politiche e dalle azioni israeliane” ha poi affermato il capo dell’Autorità Palestinese.

Non da ultimo, Abbas ha ringraziato l’Assemblea Generale per la decisione presa nel novembre 2012, con cui la Palestina è entrata ufficialmente nelle Nazioni Unite con lo stato di “Paese osservatore non membro” ed ha sottolineato che, nonostante gli ostacoli, la Palestina al momento è membro di oltre 110 strumenti e organizzazioni internazionali. Inoltre, il presidente ha ringraziato tutte le parti che continuano a prestare assistenza politica ed economica al popolo palestinese e all’Agenzia dell’Onu per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente (UNRWA).

I palestinesi reclamano la liberazione della Cisgiordania, di Gerusalemme Est e della Striscia di Gaza, territori occupati da Israele nella guerra del 1967, per la costituzione di uno Stato indipendente. L’amministrazione statunitense attuale si è rifiutata di approvare una soluzione che preveda due Stati per risolvere il conflitto tra Israele e palestinesi. Questi ultimi hanno chiuso i loro legami con la Casa Bianca dopo che il presidente statunitense, Donald Trump, ha dichiarato di riconoscere Gerusalemme capitale di Israele, nel dicembre 2017, e di trasferire la propria ambasciata in questa città. Gli Stati Uniti hanno altresì tagliato aiuti ai palestinesi equivalenti a centinaia di milioni di dollari e hanno ordinato la chiusura dell’ufficio diplomatico palestinese insediato a Washington.

Il 25 e 26 giugno scorso è stato annunciato il cosiddetto accordo del secolo, con cui si mira a raccogliere fondi pari a più di 50 miliardi di dollari da destinare all’Autorità palestinese, oltre a creare un milione di posti di lavoro per i cittadini entro un lasso di tempo di 10 anni. Il fine ultimo è trasformare la Palestina ed il Medio Oriente da vittima di conflitti in un modello per il commercio in tutto il mondo. La leadership palestinese aveva più volte sottolineato il proprio disprezzo per il piano USA, sottolineando come qualsiasi soluzione al conflitto in Palestina deve essere politica e basata sulla fine dell’occupazione e che la crisi finanziaria è il risultato di una guerra contro lo stesso popolo. “Non soccomberemo al ricatto e all’estorsione e non abbandoneremo i nostri diritti nazionali per denaro” erano state le parole del premier palestinese. Ci si aspetta che ulteriori dettagli sul piano verranno forniti prossimamente.

Circa l’intenzione di Netanyahu, questa è stata ampiamente condannata dai ministri degli Esteri dei Paesi arabi riunitisi in sede di Lega araba, il 10 settembre, al Cairo. Nel corso di una sessione straordinaria richiesta della Palestina, i ministri arabi hanno affermato che la dichiarazione del premier israeliano rappresenta una nuova aggressione da parte di Israele, che viola quanto stabilito dal diritto internazionale, dalla Carta delle Nazioni Unite e dalle relative risoluzioni legittime prese a livello internazionale, tra cui le risoluzioni del Consiglio di sicurezza 242 e 338. Inoltre, quanto affermato da Israele potrebbe minare le basi e i progressi futuri del processo di pace.

Non da ultimo, anche il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha commentato l’intenzione di Netanyahu, esprimendo, l’11 settembre, il proprio stato di preoccupazione a riguardo. Per Guterres, annettere parti della Cisgiordania occupata, in caso di vittoria alle elezioni, rappresenta una mossa illegale che minerebbe le prospettive di pace nella regione. “Tali misure, se attuate, costituirebbero una grave violazione del diritto internazionale. Sarà un danno alle possibilità di rilanciare i negoziati e la pace regionale” sono state le parole del Segretario Generale.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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