Yemen: Houthi ostacolano accesso alla petroliera, minacciata una catastrofe

Pubblicato il 26 settembre 2019 alle 10:08 in Medio Oriente Yemen

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

Il governo yemenita, nella sera di mercoledì 25 settembre, ha nuovamente affermato che le milizie di ribelli sciiti Houthi stanno impedendo alla squadra delle Nazioni Unite l’accesso alla petroliera Safer, situata nel Mar Rosso, nei pressi del porto di Ras Isa, nell’Ovest dello Yemen.

Tale petroliera, definita altresì una “bomba galleggiante”, necessita da tempo di operazioni di manutenzione e, anche precedentemente, una squadra dell’Onu designata ha provato a recarsi sul luogo per valutare i danni apportati al serbatoio. Tuttavia, i ribelli sciiti hanno ripetutamente ostacolato tali azioni e ciò è considerato una sfida contro le Nazioni Unite e la comunità internazionale, nonché un mancato adempimento agli impegni presi. In particolare, secondo quanto riportato da fonti del governo yemenita, risale al mese scorso un ulteriore tentativo da parte della squadra Onu, giunta in Gibuti ma bloccata dalle milizie sciite e costretta a ritirarsi.

Un comunicato del Ministero del petrolio yemenita, del 25 settembre, ha messo in guardia da un imminente esplosione della petroliera galleggiante, a causa del deteriorarsi della situazione e ciò, a detta del Ministero, potrebbe portare ad un disastro ambientale, considerato il peggiore della storia. In tal caso, gli Houthi sarebbero ritenuti completamente responsabili. Pertanto, le Nazioni Unite, la comunità internazionale e tutte le organizzazioni ambientaliste sono state invitate a intervenire rapidamente, obbligando le milizie di ribelli a consentire al team delle Nazioni Unite e alle squadre per la manutenzione di raggiungere l’area.

La petroliera Safer è situata a circa 60 km a Nord della città yemenita di Hodeidah, Costruita nel 1976, è ormeggiata sin dal 1988 a largo delle coste yemenite, fungendo da terminale galleggiante di stoccaggio e scarico, volto a ricevere il greggio di esportazione yemenita e caricarlo sulle navi. Tuttavia, tale petroliera non è stata più utilizzata da quando gli Houthi hanno preso il controllo di Hodeidah nel 2015. Avendo preso anche il controllo della petroliera stessa, i ribelli sciiti la utilizzano come oggetto di ricatto verso qualsiasi operazione militare contro Hodeidah.

A causa dell’età, della mancanza di manutenzione da più di 4 anni e della dispersione di greggio al proprio interno, si è più volte previsto un crescente rischio di esplosione chimica. Il disastro che potrebbe scaturirne sarebbe quattro volte maggiore rispetto all’incidente del 1989 della Exxon Valdez statunitense, sulle coste dell’Alaska, considerato il più grande disastro ambientale della storia. Come dichiarato dall’Onu, una possibile fuoriuscita di 1.5 milioni di petrolio nel Mar Rosso minaccia non solo lo Yemen ma anche tutti i Paesi vicini e un disastro di tale portata avrebbe gravi conseguenze anche sull’economia e sulle attività vitali per tali Paesi.

Nel mese di aprile scorso, anche il Consiglio Atlantico, un gruppo di esperti di Washington, ha dichiarato che Safer potrebbe costituire una vera e propria bomba di grande portata, a causa del gas infiammabile che si sta creando al proprio interno, e a cui potrebbe essere dato fuoco in qualsiasi momento, anche tramite un proiettile vagante. A ciò si aggiunge la pericolosità derivante dallo scafo arrugginito e soggetto ad eventuali rotture. Secondo quanto riportato, il Mar Rosso è caratterizzato da una grande biodiversità, con barriere coralline, mangrovie costiere e numerose specie, ma a causa di un ricircolo dell’acqua ridotto ed un ecosistema marino fragile, l’area è altresì altamente vulnerabile all’inquinamento da idrocarburi.

Dal canto loro, i ribelli Houthi, che controllano il porto petrolifero di Ras Issa nella provincia di Hodeidah, oltre ad aver rifiutato a lungo l’ingresso del team tecnico delle Nazioni Unite per scaricare il serbatoio di greggio, hanno altresì richiesto che i proventi delle vendite di petrolio vadano alla filiale della Banca centrale della capitale Sana’a, sotto il loro controllo.

Gli episodi legati a Safer si inseriscono nel quadro delle crescenti violazioni che riguardano l’intera area di Hodeidah, ripetutamente attaccata, nonostante l’accordo di tregua stabilito in sede Onu. L’ultima escalation, segnata dai recenti episodi del 23 e 24 settembre, giunge dopo che, il 9 settembre scorso, il Comitato delle Nazioni Unite per il coordinamento della ridistribuzione delle truppe a Hodeidah ha deciso di schierare squadre di monitoraggio in quattro punti della città. In particolare, dopo due giorni di riunioni, la commissione ha affermato di aver concordato l’attuazione di un meccanismo di tregua e cessate il fuoco, di cui si era già discusso in una riunione del 14 luglio scorso, quando i rappresentanti del governo yemenita e quelli del movimento Houthi si sono incontrati per la prima volta in 5 mesi, per discutere il ritiro delle forze ribelli da Hodeidah.

Il dislocamento delle truppe è una parte cruciale dell’accordo di cessate il fuoco raggiunto in Svezia l’ultimo giorno dei colloqui di pace, il 13 dicembre 2018. Quest’ultimo è un patto in base al quale gli Houthi avevano accettato di ritirarsi da tutti e 3 i porti principali dello Yemen, Hodeidah, Saleef e Ras Isa, lasciando svolgere alla delegazione dell’Onu le necessarie attività di monitoraggio e gestione dell’area. Secondo quanto stabilito nel patto, il dislocamento dei contingenti Houthi sarebbe dovuto avvenire 21 giorni dopo l’annuncio del cessate il fuoco, il 18 dicembre 2018, ma quella data non è mai stata rispettata.

Hodeidah rappresenta un ingresso di vitale importanza per le importazioni di merci e aiuti umanitari, nonché un’ancora di salvezza per milioni di residenti yemeniti fuggiti da altre aree del Paese, a seguito della guerra civile scoppiata il 19 marzo 2015, data in cui gli Houthi hanno lanciato un’offensiva per estendere il loro controllo nelle province meridionali. I gruppi che si contrappongono nel conflitto sono da un lato i ribelli sciiti, che controllano la capitale Sana’a, alleati con le forze fedeli all’ex presidente Ali Abdullah Saleh e sostenuti dall’Iran e dalle milizie di Hezbollah. Dall’altro lato, vi sono le forze fedeli al presidente yemenita, Rabbu Mansour Hadi, l’unico riconosciuto dalla comunità internazionale. L’Arabia Saudita è intervenuta nel conflitto per sostenere Hadi, il 26 marzo 2015, a capo di una coalizione formata anche da Emirati Arabi Uniti, Marocco, Egitto, Sudan, Giordania, Kuwait, Bahrain e Qatar e sostenuta, a sua volta, dagli Stati Uniti.

 

Scarica l’app gratuita di Sicurezza Internazionale da Apple Store o Google Play

Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.