Proteste in Egitto: il bilancio sale a 1300 detenuti

Pubblicato il 26 settembre 2019 alle 17:27 in Africa Egitto

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L’Egitto continua ad assistere ad una forte ondata di arresti, in seguito alle proteste che hanno avuto inizio il 20 settembre scorso, inneggianti alle dimissioni del presidente, Abdel Fattah al-Sisi. Secondo il bilancio attuale, il numero di manifestanti detenuti è di circa 1300.

In particolare, un ex candidato alla presidenza egiziana, Khaled Ali, ha rivelato che le indagini statistiche condotte dal Centro egiziano per i diritti economici e sociali ha riportato 1298 arresti in totale, in diversi governatorati egiziani, avvenuti sia piazze e strade sia nelle abitazioni dei cittadini egiziani. Tra questi, più di 300 detenuti sono stati portati alla Procura suprema di sicurezza negli ultimi due giorni e tutti sono stati condannati a 15 giorni di reclusione. Tra i manifestanti, vi sono altresì personalità di spicco per il panorama politico e sociale.

Nello specifico, è stato evidenziato l’arresto di Hazem Hosni, del 25 settembre. Si tratta di un ex docente di Scienze politiche dell’università del Cairo, accusato di aver sostenuto, attraverso post su Facebook, i video dell’imprenditore Mohamed Ali, fautore dell’ondata di proteste. Non da ultimo, Hazem è stato altresì il portavoce del generale Sami Anan, l’ex capo dell’esercito arrestato dopo aver annunciato la propria intenzione di candidarsi alle elezioni presidenziali contro il presidente in carica al-Sisi.

Tra le accuse rivolte ai detenuti vi è quella di partecipazione a gruppi terroristici istituiti in violazione delle norme e della costituzione, organizzazione di manifestazioni senza preavviso, diffusione di notizie false, uso improprio dei social media e incitamento del popolo egiziano verso il rovesciamento del regime. Fonti giudiziarie informate hanno riferito che centinaia di detenuti non sono ancora stati portati in Procura ma sono distribuiti nei diversi campi delle forze di sicurezza centrali del Cairo. Oltre 350 detenuti sono, invece, stati rilasciati dopo essere stati trattenuti per ore o giorni, ed essere stati sottoposti ad indagini da parte di membri della sicurezza nazionale.

Da venerdì 20 settembre, migliaia di manifestanti pro-democrazia hanno marciato in varie città egiziane, tra cui Il Cairo, Alessandria e Suez, chiedendo le dimissioni del presidente, dopo che l’imprenditore Mohamed Ali lo ha accusato di corruzione. Alcuni video pubblicati sui social media hanno mostrato persone radunate nella serata di venerdì che inneggiavano slogan quali “ci solleviamo, non temiamo, Sisi vattene” e “il popolo chiede la caduta del regime”.

In particolare, anche tra il 22 e 23 settembre, la capitale Il Cairo ha assistito a tensioni e minacce alla sicurezza senza precedenti, in diverse zone della città, incluse stazioni della metropolitana. Qui sono stati schierati agenti di sicurezza in borghese, accanto a membri del comando di sicurezza centrale. Questi hanno di volta in volta fermato i diversi pedoni, soprattutto i più giovani, controllandone l’identità e talvolta anche i propri cellulari. Come riferito da un corrispondente di al-Jazeera, Abdullah Hamed, il centro della capitale è stato interessato da abusi delle forze di sicurezza che hanno visto coinvolti agenti e ufficiali di polizia di diversi ordini.

Al- Sisi sta affrontando, nelle ultime settimane, una grossa ventata di dissenso contro il suo regime, scatenata dalla diffusione di filmati, il 2 settembre scorso, che dimostrano quanto profonda e radicata sia la corruzione tra gli ambienti militari e governativi del Paese. I video, diventati virali, sono stati rilasciati da Mohammed Ali, ex appaltatore di progetti militari in Egitto auto-esiliatosi in Spagna, e hanno provocato un notevole aumento delle critiche nei confronti del presidente, il cui operato è stato raramente messo in discussione nel corso degli anni, sin dalla sua ascesa dell’8 giugno 2014.

In particolare, il leader egiziano è coinvolto nello scandalo “Palacegate”, in quanto avrebbe utilizzato fondi pubblici per costruire palazzi lussuosi per sé e per la propria famiglia. Al-Sisi, da parte sua, ha sminuito le accuse di Ali definendole “bugie”, affermando che tali palazzi sono stati costruiti per lo Stato. Tuttavia, l’hashtag #ThatsEnoughSisi è diventato virale ed ha guadagnato più di un milione di tweet nel giro di 24 ore.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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