Sudan: le riforme economiche e il supporto dei partner internazionali

Pubblicato il 25 settembre 2019 alle 13:34 in Africa Sudan

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Il Sudan avvierà ad ottobre un piano di salvataggio economico della durata di 9 mesi e chiederà alla Banca Mondiale un prestito di 2 miliardi di dollari per supportarne il finanziamento. Uno dei punti chiave del programma, presentato dal Ministero delle Finanze sudanese, riguarda i sussidi su pane e carburante, considerati tra i fattori scatenanti delle proteste che hanno portato alla caduta dell’ex presidente Omar al-Bashir, l’11 aprile. Secondo i piani dell’attuale primo ministro Abdalla Hamdok, un tempo economista presso la Commissione economica delle Nazioni Unite per il panel africano, tali sussidi dovranno estinguersi al termine dei 9 mesi e saranno sostituiti da trasferimenti di denaro diretti rivolti alle famiglie povere, come chiarito dal ministro delle Finanze Ibrahim Elbadawi.

Hamdok ha più volte sottolineato che la priorità del suo governo è quella di stabilizzare l’economia sudanese. Secondo quanto specificato da Elbadawi, il piano di salvataggio aiuterà ad alleviare l’inflazione, pur mantenendo alta l’offerta di beni primari, e servirà altresì a risistemare il budget del Sudan. Tra le intenzioni di Hamdok, poi, c’è anche quella di introdurre riforme significative alla spesa militare, cui è rivolta la maggior parte del bilancio del governo sudanese. Portare la pace in Sudan e risolvere i conflitti nelle regioni del Darfur, del Nilo Blu e del Kordofan meridionale libererebbe il budget del Paese dal peso di una pesante spesa militare. Secondo le parole del ministro Elbadawi, “il piano di salvataggio economico mira a ristrutturare il settore bancario, a razionalizzare la spesa pubblica, a far fronte agli oneri finanziari dello Stato e a riesaminare le esenzioni fiscali, dal momento che circa il 60% delle attività economiche presenti in Sudan è esente dalle tasse”.

Il primo ministro Hamdok, al momento, è in attesa di ingenti entrate monetarie per poter procedere con l’importazione di beni di prima necessità, come carburante e farina. Già lo scorso mese, il premier aveva detto di necessitare di circa 8 miliardi di dollari di aiuti esteri per poter riavviare l’economia nazionale, al momento in grossa difficoltà. Fino ad oggi, tuttavia, ancora nessun trasferimento è possibile dal momento che il Sudan figura tuttora nella lista americana di Stati sponsor del terrorismo. Ciò impedisce al Paese africano di attingere dalle riserve della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale. “I funzionari americani ci hanno informato che rimuovere il Sudan dalla lista del terrorismo è complicato perché legato alle decisioni del Congresso e potrebbe richiedere da 9 mesi a un anno”, ha reso noto Elbadawi.

In occasione della 74esima Assemblea Generale dell’ONU, a New York, la viceministra italiana degli Affari Esteri Emanuela del Re ha incontrato, martedì 24 settembre, la ministra degli Esteri sudanese Asmaa Abdalla. Si tratta del primo contatto tra un esponente del governo italiano e uno del Governo di transizione a guida civile del Sudan, appena formatosi. Durante il colloquio i temi toccati sono stati differenti, dalla collaborazione bilaterale in merito al contrasto dei traffici illeciti al supporto italiano del processo di democratizzazione del Sudan. Per l’Italia, il Paese africano è un importante partner strategico e la sua stabilità è motivo di sicurezza per tutta l’area e per l’intero continente africano.

Il nuovo primo ministro del Sudan, Abdalla Hamdok, ha prestato giuramento, mercoledì 21 agosto, come leader del governo di transizione, promettendo di riportare la stabilità a livello nazionale, risolvere la crisi economica e garantire una pace duratura. Il capo del deposto Consiglio militare, Abdel Fattah al-Burhan, ha invece assunto il ruolo di presidente del Consiglio Sovrano, l’organo che gestirà il Paese per 3 anni e 3 mesi fino a nuove elezioni. Tale organismo è composto da 10 membri, 5 nominati dai militari e 5 dai civili, più 1 che viene designato di comune accordo tra le parti. L’accordo di pace tra civili e militari è stato firmato il 17 luglio e promette di guidare la transizione pacifica verso la democrazia mettendo fine ai conflitti in corso e cercando di soddisfare le richieste dei cittadini, desiderosi di una svolta politica dopo anni di governo autoritario da parte dell’ex presidente Omar al-Bashir.

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Chiara Gentili

di Redazione

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