Il re giordano all’Onu: solidarietà con l’Arabia Saudita, no all’occupazione israeliana

Pubblicato il 25 settembre 2019 alle 16:23 in Giordania Medio Oriente

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Rivolgendosi all’Assemblea Generale dell’Onu, il 24 settembre, il re della Giordania, Abdullah II, da un lato ha espresso la solidarietà del proprio Paese con l’Arabia Saudita, mentre, dall’altro lato ha definito il conflitto arabo israeliano una delle questioni centrali in Medio Oriente che ha creato un “danno globale”, più di altre guerre.

In particolare, Abdullah II ha dichiarato che il mondo sta assistendo al più grande sfollamento dalla fine della seconda guerra mondiale e l’occupazione da parte di Israele rappresenta una tragedia umana. Per la Giordania, il popolo palestinese merita di vedere realizzati a pieno i propri diritti e la loro vita necessita di un miglioramento, attraverso la giustizia. A tal proposito, il monarca giordano ha affermato che la pratica dell’apartheid da parte israeliana alimenta ulteriormente il conflitto in Medio Oriente e una soluzione a uno Stato sarebbe catastrofica per tutti e non porterebbe pace e stabilità. Circa la questione dei rifugiati palestinesi, è stato evidenziato che questa esercita un’enorme pressione sull’economia e sul popolo giordano.

“Segregazione, forza, sfollamento, violenza e diffidenza non appartengono alla Terra Santa” sono state le parole di Abdullah II, il quale, riferendosi a Gerusalemme, ha affermato che ogni tentativo di alterare lo status giuridico di Gerusalemme Est e il carattere autentico e storico della Città Santa deve essere contrastato. “Nessuna occupazione o atto di forza può cancellare la storia, le speranze, i diritti o cambiare l’eredità di valori condivisi dalle tre fedi monoteistiche” ha altresì riferito il re giordano.

Circa l’Arabia Saudita ed il recente attacco, del 14 settembre, alle infrastrutture petrolifere della compagnia Aramco, il monarca giordano ha espresso piena solidarietà, e, in un’intervista con il canale statunitense MSNBC, è stato evidenziato che i rapporti tra Amman e Riad sono speciali e che “la sicurezza dell’Arabia Saudita è legata alla sicurezza della Giordania”, ribadendo altresì l’impegno del proprio Paese a difendere il Regno saudita.

La posizione geografica della Giordania, la sua storia e l’assetto politico hanno reso la monarchia hashemita un Paese politicamente stabile che, nel corso dei conflitti degli ultimi anni, sia interni alla regione sia internazionali, ha aperto i suoi confini ai rifugiati siriani e palestinesi. All’interno del panorama politico internazionale, Amman, da un lato, si è posta a fianco dell’Occidente prendendo parte alla coalizione anti- ISIS guidata dagli Stati Uniti mentre, dall’altro lato, ha stretto relazioni di notevole importanza con gli Stati del Golfo, soprattutto in seguito all’inizio delle primavere arabe del 2011.

Al contempo, il Paese è connesso anche alla questione palestinese. La popolazione del regno hashemita è costituita da circa il 70% di palestinesi, discendenti di coloro giunti nel Paese durante la dominazione hashemita della Cisgiordania, dal 1948 al 1967, e dei profughi dei numerosi conflitti israelo-palestinesi avvenuti dal secondo dopoguerra a oggi. La Giordania è poi l’unico paese arabo in Medio Oriente ad avere firmato un trattato di pace con Israele, il 26 ottobre 1994, che ha normalizzato le relazioni tra i due Paesi.

Non da ultimo, il regno hashemita condivide con la Siria un confine che si estende per più di 370 km. Pertanto, sin dallo scoppio della guerra civile, il 15 marzo 2011, i cittadini siriani fuggiti dal conflitto si sono rifugiati in Giordania e la questione dei richiedenti asilo ha costituito una sfida per Amman, in quanto Paese non particolarmente ricco di risorse naturali, in cui il tasso di disoccupazione era del 18,2% nel primo trimestre del 2017. Nonostante ciò, secondo cifre Onu, la Giordania ospita circa 655.000 tra uomini, donne e bambini richiedenti asilo. L’80% dei rifugiati siriani vive al di fuori degli accampamenti, mentre altri si trovano nei campi di Za’atari e Azraq.

In tale contesto, il 5 dicembre 2017, il re Abdullah II aveva messo in guardia il presidente della Casa Bianca, Donald Trump, dal trasferimento dell’ambasciata statunitense da Tel Aviv a Gerusalemme e dal riconoscimento della Città Santa come capitale di Israele. Secondo il trattato di pace del 1994, la corona giordana è anch’essa protettrice dei luoghi santi di Gerusalemme ma, al di là di ciò, la decisione americana era stata considerata un tradimento allo stesso accordo ed un pericolo per la stabilità della regione.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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