Brexit: il Parlamento torna al lavoro, cosa è successo nella prima giornata

Pubblicato il 25 settembre 2019 alle 20:15 in Europa UK

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I membri del Parlamento inglese sono tornati alle proprie attività, dopo che la Corte Suprema ha emesso la sentenza in merito all’illeceità della sospensione dei lavori delle Camere.

In attesa di riprendere le proprie attività in Parlamento, mercoledì 25 settembre, il leader dell’opposizione, Jeremy Corbyn ha dichiarato che in virtù del giudizio della Corte Suprema il premier in carica, Boris Johnson, “dovrebbe chiedere scusa alla regina” e “soprattutto al popolo inglese per aver cercato di radere al suolo la nostra democrazia in un momento cruciale”.

Con tali premesse, Corbyn ha annunciato di aver chiesto le dimissioni di Johnson, il cui governo tuttavia non sarà oggetto di voto di sfiducia. La priorità, ha dichiarato Corbyn, “in questo momento, è assicurarsi che Johnson chieda all’UE di estendere la scadenza per l’uscita del Regno Unito”.

Una volta riprese le attività, la prima giornata dei lavori del Parlamento inglese è stata interamente incentrata sulle “questioni urgenti” che coinvolgono il Regno Unito. Al fine di prendere parte ai lavori, Johnson è rientrato d’urgenza a Londra da New York, dove si trovava per la 74esima sessione plenaria dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite.

Le “questioni urgenti” che i parlamentari hanno in agenda per la prima giornata di lavoro sono cinque. La prima coinvolge il segretario ai Trasporti, Grant Shapps, il quale ha aggiornato i parlamentari in merito alla bancarotta dell’agenzia viaggi inglese Thomas Cook, la quale aveva causato disagi a numerosi cittadini inglesi, i quali si sono visti costretti a rimanere all’estero avendo perso i servizi acquistati precedentemente. La seconda questione, illustrata dal cancelliere del Ducato di Lancaster, Michael Gove, faceva invece riferimento alla Brexit e all’operazione Yellowhammer, il report segreto sulle conseguenze della Brexit in caso di uscita senza un accordo. In terzo luogo, i parlamentari sono stati aggiornati dal segretario agli Esteri, Dominic Raab, in merito agli ultimi sviluppi del clima di tensione con l’Iran. Nel tardo pomeriggio, è poi spettato al premier parlare in prima persona ai deputati, i quali sono stati aggiornati su quanto accaduto nei giorni della sospensione delle attività del Parlamento.

Prima di procedere con tali questioni, però, i parlamentari hanno avuto modo di confrontarsi in merito al giudizio rilasciato dalla Corte Suprema, ponendo al procuratore capo, Geoffrey Cox, una serie di domande in merito alle vere motivazioni dietro la richiesta avanzata alla regina. Da parte sua, Cox ha smentito le accuse di golpe e ha confermato che il governo rispetterà la legge approvata dal governo lo scorso 9 settembre, la quale prevede che il primo ministro avrà tempo fino al 19 ottobre, ovvero 2 giorni dopo il vertice con l’Unione, per raggiungere un accordo con l’UE e farlo approvare dal Parlamento inglese o, in alternativa, ottenere il consenso dei deputati sull’uscita senza un accordo. Nel caso in cui ciò non avvenga entro il 19 ottobre, il premier dovrà a quel punto chiedere a Bruxelles un’estensione della scadenza per l’abbandono da parte del Regno Unito del blocco comunitario, prorogandola al 31 gennaio 2020, sempre se l’Unione non propone una data alternativa. In caso contrario, il premier avrà 2 giorni di tempo per accettare la nuova scadenza, che però potrà nel frattempo essere rigettata dai membri del Parlamento.

Dopo aver affrontato il “caso Thomas Cook”, il quale ha coinvolto circa 150.000 cittadini di 50 Paesi diversi, è stato il turno del cancelliere del Ducato di Lancaster. Gove, il quale aveva la responsabilità delle previsioni delle conseguenze per il Regno Unito in caso di uscita senza un accordo, ha dichiarato che attualmente “molte aziende sono ben preparate” in caso di Brexit senza accordo di recesso. Lo stesso si può dire, ha spiegato Gove, dei cittadini inglesi nel Regno Unito, elemento oggetto di “lavoro con gli altri Stati Membri per assicurare un regime di esenzione dal visto con l’UE”. Sull’Operazione Yellowhammer, Gove ha confermato che si tratta “ragionevolmente delle misure da adottare nel peggiore scenario possibile”.

Dopo che il Segretario agli Esteri, Dominic Raab, ha risposto alle domande dei parlamentari in merito alla situazione in Iran, a prendere la parola è stato Boris Johnson, il quale ha ribadito il proprio impegno nel cercare di “tirar fuori” il proprio Paese da “tre anni di tentennamenti e ritardi”.

In un tale clima, Johnson ha accusato il Parlamento di “non volere affatto la Brexit” e di “sabotare il processo negoziale con l’Unione Europea”, fallendo nell’ “onorare il referendum”. Da parte sua, ha dichiarato il premier, il governo “non abbandonerà le priorità che contano per il popolo”.

In risposta, il leader dell’opposizione ha dichiarato che il discorso del premier è stato “come la sospensione delle attività del parlamento”, ovvero “nullo, privo di effetti e da invalidare”. In merito alle attività del premier, Corbyn ha altresì dichiarato che “dopo il giudizio della Corte Suprema, il primo ministro avrebbe dovuto dimettersi”, anziché presentarsi “alla Camera privo di alcun rimorso o senso di umiltà” oltre che senza “dettagli sui negoziati”.

Da parte sua, Johnson ha riconosciuto la difficoltà dei negoziati con l’UE, ma ha altresì dichiarato che il Regno Unito “sta facendo progressi”.

Il Regno Unito ha assunto l’impegno di lasciare l’UE entro il 31 ottobre rinegoziando l’accordo precedentemente raggiunto tra Buxelles e l’ex premier, Theresa May, il quale era stato respinto per tre volte dai legislatori, oppure andando via senza aver concordato un accordo di recesso. Lunedì 9 settembre, però, prima della sospensione delle sue attività, il Parlamento aveva ottenuto l’approvazione della regina sul disegno di legge che di fatto vieta l’uscita dall’UE senza un accordo. Martedì 24 settembre, la Corte Suprema del Regno Unito ha decretato che la richiesta avanzata dal premier, Boris Johnson, alla regina in merito alla sospensione delle attività del Parlamento fino al 14 ottobre costituisce un illecito. Per tale ragione, il giorno successivo, il Parlamento è tornato alle proprie attività.

La clausola che è oggetto di contesa tra il Regno Unito e l’UE riguarda il backstop, negoziata dall’ex premier, Theresa May, e sostenuta dai vertici dell’Unione Europea. Il backstop, nello specifico, prevede che la Gran Bretagna rimanga in un’unione doganale temporanea con l’UE dopo la Brexit, fino a soluzione migliore. Tale clausola impedirebbe il ritorno di un confine duro in Irlanda, unica frontiera terrestre tra Gran Bretagna e UE, misura duramente contrastata da Johnson in quanto renderebbe il Regno Unito dipendente dall’UE.

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Jasmine Ceremigna

di Redazione

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