Ucraina: Trump ci ripensa, niente più aiuti per Kiev

Pubblicato il 24 settembre 2019 alle 18:56 in USA e Canada Ucraina

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Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha confermato di aver revocato gli aiuti militari all’Ucraina, annunciando che la sua decisione deriva dalla convinzione che gli Stati Uniti stiano contribuendo in misura maggiore rispetto agli altri Paesi europei.

“La mia lamentela è sempre stata questa, e lo ripeterò ancora e continuerò a farlo fino a quando l’Europa e gli altri Paesi non offriranno denaro all’Ucraina, perché non lo stanno facendo”, ha dichiarato il presidente americano ai giornalisti accreditati presso l’Assemblea generale delle Nazioni Unite, attualmente convocata a New York.

Le parole del presidente giungevano in risposta all’ultima richiesta che, secondo il Washington Post, Trump ha avanzato al Capo di Stato maggiore, al quale aveva ordinato il congelamento dei quasi 400 milioni di aiuti militari all’Ucraina. 

Tale richiesta, sostiene il quotidiano, era stata avanzata la settimana precedente la telefonata tra il presidente ucraino, Volodymyr Zelenskiy, e Trump, il quale, secondo quanto rivelato da un informatore appartenente all’intelligence americana, ha chiesto all’omologo ucraino di indagare il figlio dell’ex vicepresidente americano, Joe Biden, probabile sfidante alle elezioni presidenziali del 2020.

Da parte sua, Trump ha ammesso di aver nominato Biden nel corso della telefonata con Zelenskiy, ma ha smentito di aver avuto un atteggiamento inappropriato, annunciando altresì che a breve verrà rilasciata la trascrizione del vertice telefonico, dove si potrà trovare conferma di quanto dichiarato.

In ogni caso, Trump ha ribadito di ritenere che Biden debba essere indagato per aver esercitato pressioni sui vertici ucraini per ottenere il licenziamento del procuratore capo dell’Ucraina, Viktor Shokin, in modo da favorire il figlio, Hunter.

Secondo quanto ricostruito dal Washington Post, Hunter Biden è stato per 5 anni nel consiglio di amministrazione di Burisma, un’azienda ucraina del settore del gas naturale, il cui proprietario era stato posto sotto processo dai magistrati ucraini con le accuse di abuso di potere e arricchimento illecito. Nel corso del processo, non era emersa alcuna prova contro il figlio di Biden, ma le indagini contro il proprietario della Burisma procedevano lentamente. Per tale ragione, l’allora ex vicepresidente americano aveva cercato di rimuovere dall’incarico il procuratore capo ucraino, accusato dai funzionari occidentali di non indagare a sufficienza sui casi di corruzione.

Il fatto che Trump abbia parlato di un oppositore politico con un leader di un altro Paese ha fatto riaffiorare, tra i democratici delle Camere americane, le richieste di porre il presidente americano sotto stato di accusa. Da parte sua, Trump ha dichiarato, martedì 24 settembre, che le discussioni sulla sua messa in stato di accusa sono “ridicole” e, come già fatto in occasione delle indagini sull’interferenza della Russia nelle elezioni del 2016, ha dichiarato di ritenerle una “caccia alle streghe”.

“Sono in testa ai sondaggi e non hanno idea di come fermarmi”, ha dichiarato Trump, il quale ha poi aggiunto: “L’unico modo che hanno per fermarmi è mettermi in stato di accusa”. Tuttavia, secondo quanto riportato dal Washington Post, in realtà la maggior parte dei sondaggi vede Biden in vantaggio su Trump sia a livello nazionale, sia a livello dei singoli stati.

La possibilità di interrompere l’erogazione di fondi per l’Ucraina era stata già annunciata da Trump lo scorso 30 agosto. All’epoca, diversi funzionari dell’Amministrazione Trump avevano reso noto che il tentennamento della Casa Bianca derivava dall’alto tasso di corruzione rilevato in Ucraina.  Trump, invece, da parte sua, aveva reso noto di avere intenzione di ridurre l’intera spesa degli aiuti all’estero di circa 4.000 milioni di dollari. Successivamente, in vista dell’incontro tra il senatore repubblicano, nonché memebro della commissione del Congresso sull’Ucraina, Ron Johnson, e Zelenskiy, avvenuto il 6 settembre, il senatore americano aveva reso noto che Trump gli aveva confidato che a farlo tentennare sull’invio della tranche di aiuti è il dubbio che a dover inviare sostegni economici a Kiev siano i Paesi europei, e non gli Stati Uniti, vista la loro prossimità geografica.

Successivamente, il 12 settembre i senatori Lindsey Graham, repubblicano, e Richard Durbin, democratico, avevano annunciato che la Casa Bianca aveva confermato l’invio del pacchetto di aiuti economici all’Ucraina, a seguito dello scontento manifestato da ambo le fazioni della politica statunitense. Nell’apprendere della possibilità dell’interruzione dell’erogazione dei fondi, entrambe le fazioni della politica statunitense avevano manifestato il proprio scontento, dal momento che molti membri del Congresso reputano gli aiuti all’Ucraina un mezzo fondamentale per contrastare la presenza militare della Russia.

Il pacchetto annunciato il 12 settembre prevedeva 250 milioni di aiuti militari dal Dipartimento della Difesa, mentre altri 141 milioni di dollari dal Dipartimento di Stato, il quale avrebbe fornito assistenza finanziaria. Tali fondi avrebbero fatto parte del programma di sostegno economico avviato nel 2014 a seguito dell’annessione da parte della Russia della Crimea, che fino ad oggi ammontava a più di un miliardo di dollari e che aveva contribuito nel tempo a rafforzare progressivamente le relazioni tra Stati Uniti e Ucraina.

La tranche di aiuti annunciata il 12 settembre sarebbe stata utilizzata soprattutto per attività di addestramento dell’esercito ucraino, oltre che per il miglioramento delle capacità marittime. Parallelamente, si prevedeva l’invio all’Ucraina di fucili di precisione, granate a razzo, radar anti-artiglieria, sistemi di individuazione di dispositivi bellici elettronici e visori notturni.

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Jasmine Ceremigna

di Redazione

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