Regno Unito, Corte Suprema: “Johnson ha infranto la legge”

Pubblicato il 24 settembre 2019 alle 12:27 in Europa UK

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La Corte Suprema del Regno Unito ha decretato che la richiesta avanzata dal premier, Boris Johnson, alla regina in merito alla sospensione delle attività del Parlamento fino al 14 ottobre costituisce un illecito.

Il giudizio è stato annunciato, martedì 24 settembre, dagli 11 dei 12 giudici che compongono la Corte Suprema inglese, dopo un processo d’urgenza durato 3 giorni, dal 17 al 19 settembre.

La questione era giunta alla Corte Suprema dopo che la decisione del governo di sospendere il Parlamento, entrata in vigore lo scorso 9 settembre, era già stata contestata 2 volte in tribunale. Il primo ricorso era stato presentato al Tribunale di Londra dall’attivista Gina Miller, secondo cui la sospensione costituiva reato di abuso di potere. La Corte, però, aveva rigettato il ricorso, dichiarando che si trattava di materia politica e quindi non “di competenza della corte”. Il secondo ricorso era stato invece presentato presso la Corte Scozzese da un gruppo di oltre 70 parlamentari dell’opposizione. A differenza del Tribunale di Londra, la Corte della Scozia aveva accolto le accuse dei parlamentari, dichiarando che “la sospensione è illecita perché motivata dall’improprio obiettivo di bloccare di fatto il Parlamento”.

Di fronte alle opinioni contrastanti dei 2 fori, la Corte Suprema ha quindi dovuto fornire il proprio parere in merito a 2 questioni. La prima fa riferimento alla competenza in materia da parte dell’autorità giudiziaria, mentre la seconda questione riguarda l’eventualità che il governo abbia o meno infranto la legge.

Per quanto riguarda la prima questione, i giudici della Corte Suprema hanno decretato all’unanimità che la decisione di Johnson di sospendere le attività del Parlamento era “giustiziabile”, smentendo quanto affermato in precedenza dal Tribunale di Londra. Nello specifico, durante l’annuncio del giudizio della Corte Suprema, il giudice Hale ha dichiarato che “la questione è sorta in circostanza che non si erano mai verificate in precedenza e che è poco probabile che si ripresentino in futuro”.

In merito alla liceità della sospensione del Parlamento, invece, Hale ha dichiarato che “la Corte è giunta alle conclusioni che la richiesta del Primo Ministro a Sua Maestà di sospendere il Parlamento costituisce atto illecito, per cui è nullo e privo di efficacia. Ciò significa che l’Ordine scaturito è anch’esso illecito, nullo e privo di effetto”, motivo per cui “deve essere annullato”.

Nell’annuncio del giudizio da parte della Corte Suprema, Hale ha altresì aggiunto che “quando i Regi Commissari sono entrati nella Camera dei Lord per sospendere il parlamento è stato come se fossero entrati con un foglio bianco di carta. Anche la sospensione è nulla e priva di effetto. Il Parlamento non è stato sospeso”.

Di fronte a tali parole, il giudice ha altresì dichiarato che “spetta ora al Parlamento, e in particolare al presidente della Camera dei Comuni e della Camera dei Lord, decidere cosa fare ora” e, “a meno che non vi siano leggi parlamentari di cui la Corte non è a conoscenza”, ha specificato Hale, “possono agire immediatamente per consentire ad entrambe le Camere di riunirsi il prima possibile”.

In risposta a tali parole, il presidente della Camera dei Comuni, John Bercow, ha annunciato che la Camera “obbedirà senza alcun ritardo” e che a tale fine si sarebbe consultato con i leader dei partiti “con urgenza”.

Durante la prima giornata di processo, la Corte suprema aveva ascoltato l’accusa, in primis l’avvocato di Miller, la quale aveva adito il Tribunale di Londra, e il legale rappresentante dei parlamentari che avevano presentato il ricorso alla Corte scozzese.

Dopo aver ascoltato l’accusa, il governo britannico aveva avuto modo di difendersi dinanzi alla Corte mercoledì 18 settembre, in occasione del secondo giorno del processo, il quale aveva coinvolto il legale rappresentante del governo, James Eadie, il quale aveva sostenuto che il Tribunale di Londra aveva correttamente giudicato la decisione di Johnson quale “politica” e non “di competenza della giustizia”, data “la natura intrinsecamente e fondamentalmente politica” della decisione di Johnson, aggiungendo che, in caso di intervento da parte della Corte, questo avrebbe violato il “principio costituzionale della separazione del potere giudiziario dall’esecutivo”.

Il terzo giorno del processo era invece stato interamente dedicato alle testimonianze degli autorizzati a intervenire in sede di appello. Tra questi, gli avvocati dell’ex premier, John Major, il quale aveva guidato il governo dal 1990 al 1997. Secondo quanto sostenuto dai legali rappresentanti di Major, la decisione di Johnson andava contrastata in quanto mossa interamente da “interessi politici”, motivo per cui, secondo Major, Johnson aveva ingannato la regina. Parallelamente, il legale del governo scozzese, James Wolffe, aveva dichiarato, durante la sua arringa, che “la giustificazione della non-interferenza delle corti in questioni politiche non dovrebbe essere applicata a una decisione che priva il Parlamento dei mezzi in base ai quali esso assicura l’affidabilità dell’esecutivo in merito alle questioni politiche”.

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Jasmine Ceremigna

di Redazione

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