Il “Palacegate” sconvolge l’Egitto: Trump supporta Al-Sisi riguardo alle proteste

Pubblicato il 24 settembre 2019 alle 10:53 in Egitto USA e Canada

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Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha mostrato un forte supporto al presidente egiziano, Abdel Fattah al-Sisi, che si trova ad affrontare una serie di proteste che chiedono le sue dimissioni e la fine della corruzione nel Paese. Cosa è il “Palacegate” e chi è coinvolto. 

I due leader si sono incontrati a margine dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, tenutasi lunedì 23 settembre a New York. In tale occasione, Trump ha minimizzato la portata delle proteste in Egitto, dichiarando: “Tutti devono convivere con delle manifestazioni”. “Non sono preoccupato dalla cosa, l’Egitto è un grande leader”, ha aggiunto il presidente USA. Al-Sisi, da parte sua, ha riferito che le proteste sono opera di quello che ha definito “l’islam politico”. Trump ha poi sottolineato il rapporto di lunga durata che unisce Stati Uniti ed Egitto.

Intanto, migliaia di persone hanno preso parte alle manifestazioni contro il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, venerdì 20 e sabato 21 settembre, in seguito alla pubblicazione di un video online da parte dell’imprenditore egiziano, auto-esiliatosi in Spagna, Mohamed Ali, secondo cui il presidente Al-Sisi avrebbe utilizzato fondi pubblici per costruire palazzi lussuosi per sé e la sua famiglia. Lo scandalo è stato soprannominato “Palacegate”. Al-Sisi non ha negato le accuse, ma ha affermato che i palazzi erano stati costruiti per lo Stato, non per se stesso, e che avrebbe continuato a “costruire, costruire e costruire”.

Due funzionari egiziani, le cui identità non sono state rivelate, verranno processati con l’accusa di corruzione a seguito delle proteste per il “Palacegate”. La notizia è stata riferita dal Ministero della Giustizia egiziano a un alto funzionario della presidenza egiziana, il 24 settembre. Il Ministero ha assicurato un processo penale “rapido”. I funzionari in questione sono accusati di appropriazione indebita di fondi per 27.5 milioni di sterline egiziane, circa 1.7 milioni di dollari statunitensi. Le accuse contro i funzionari sarebbero state lanciate per la prima volta da Al-Sisi in un discorso tenutosi a maggio del 2016. Tuttavia, prima delle proteste, nessun provvedimento era stato preso nei confronti dei due presunti responsabili.

I disordini politici del 2011, che hanno portato al rovesciamento del regime di Hosni Mubarak, al potere da 29 anni, hanno messo in ginocchio l’economia dell’Egitto, mettendo in crisi il ramo del turismo, allontanando gli investitori stranieri e riducendo anche la produttività. Dalla cacciata dell’ex presidente islamista Mohamed Morsi, avvenuta il 3 luglio 2013, le autorità egiziane hanno iniziato a lanciare una dura repressione contro la Fratellanza Musulmana, dichiarata organizzazione terrorista nel dicembre 2013, e contro tutti gli oppositori politici.

Al-Sisi è salito al potere, l’8 giugno 2014, con un colpo di Stato che ha rovesciato Morsi. Alle elezioni del 2014, svoltesi tra il 26 e il 28 maggio, Al-Sisi ha totalizzato quasi il 97% dei voti. A quelle del 2018, il risultato non è cambiato, con nuovamente il 97,08 delle preferenze e un solo competitor, suo fervente sostenitore. La popolarità del leader egiziano, tuttavia, è stata intaccata dalle misure di austerità che ha dovuto portare avanti in campo economico. Dal punto di vista sociale, il suo governo ha continuato a sostenere il pugno di ferro, vietando le proteste non autorizzate e imprigionando migliaia di persone per reprimere massicciamente ogni forma di dissenso. 

Nonostante le denunce avanzate dalle organizzazioni che difendono i diritti umani, come Amnesty International, l’Egitto continua a godere del supporto di numerosi alleati, sia tra i Paesi arabi sia tra quelli occidentali, i quali lo considerano un baluardo contro la militanza islamista. Tuttavia, la tutela dello Stato di Diritto all’interno del Paese è oggetto di discussione, soprattutto alla luce delle recenti riforme. Il 24 aprile 2019 è stato annunciata l’approvazione, con referendum popolare, di una riforma costituzionale che ha garantito ampi poteri al presidente.

Al-Sisi ha quindi potuto estendere l’attuale mandato da 4 a 6 anni e potrà ricandidarsi alle prossime elezioni nel 2024. Il leader egiziano ha, inoltre, la facoltà di nominare giudici e procuratori generali, mentre l’esercito avrà il potere di approvare la scelta del ministro della Difesa. Gli emendamenti della riforma, nello specifico, definiscono l’esercito “guardiano e protettore” dello Stato d’Egitto, della democrazia e della Costituzione. Alcuni critici temono che queste modifiche possano far sì che i militari esercitino un’eccessiva influenza sulla vita politica del Paese. I sostenitori del presidente, invece, affermano che tali riforme sono necessarie per permettere ad al-Sisi di completare importanti progetti di sviluppo e consistenti riforme economiche.

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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