Iraq: razzi nella Green Zone di Baghdad

Pubblicato il 24 settembre 2019 alle 12:10 in Iraq Medio Oriente

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Fonti di sicurezza hanno rivelato che, nella sera di lunedì 23 settembre, diversi razzi hanno colpito la Green Zone di Baghdad, un’area fortificata della capitale irachena che ospita edifici governativi e ambasciate straniere, tra cui quella statunitense.

Sino ad ora, non sono state riportate notizie di vittime o danni particolari e nessuno ha rivendicato l’attacco. I residenti della capitale hanno dichiarato, tuttavia, di aver sentito il rumore di esplosioni e di sirene anche durante la notte di martedì 24, provenienti dal fiume Tigri. Come riferito da media delle forze di sicurezza all’interno della Green Zone, due colpi di mortaio sono stati lanciati nei pressi dell’ambasciata statunitense, in un cortile di terreno vuoto, mentre un terzo è precipitato nel fiume Tigri, su cui si affaccia l’ambasciata degli USA.

“Razzi Katyusha sono precipitati intorno alle 23:40 all’interno della Green Zone, nei pressi dell’ambasciata statunitense” è stato dichiarato da un agente di polizia iracheno, il quale ha aggiunto che è stato altresì identificato il luogo da cui tali razzi sono stati lanciati, ovvero Hor Rajab, area situata nel Sud di Baghdad, in cui si trovano diverse fazioni fedeli all’Iran.

Uno degli ultimi episodi di tale tipo risale al 19 maggio scorso, quando un razzo Katyusha è stato lanciato nel mezzo della Green Zone, senza causare vittime. Successivamente, tre razzi Katyusha hanno colpito, il 17 giugno, Camp Taji, una base militare americana, situata a circa 35 km a Nord-Ovest di Baghdad. Secondo fonti militari, l’attacco non ha provocato vittime e non è stato rivendicato. Camp Taji è un grande complesso militare di rilevante importanza per le forze militari americane, soprattutto per le operazioni di addestramento e formazione.

L’attacco del 19 maggio nella Green Zone si era verificato a seguito del ritiro del personale non di emergenza dall’ambasciata di Baghdad e dal consolato USA di Erbil, avvenuto il 15 maggio, a causa di una serie di minacce incombenti da parte dell’Iran. L’amministrazione del presidente americano, Donald Trump, aveva dichiarato di aver inviato forze addizionali nella regione per contrastare quelle che aveva definito “minacce credibili” da parte di Teheran contro gli interessi degli Stati Uniti. Il Comando americano temeva, in particolare, le milizie irachene sciite, che hanno un forte legame con l’Iran. La Repubblica Islamica, da parte sua, ha dichiarato di essere estranea a tali fatti e ha accusato Washington di portare avanti una “guerra psicologica” e un “gioco politico”.

L’Iraq, definito un alleato sia di Iraq sia di Stati Uniti, ha goduto di un periodo di relativa stabilità da quando ha dichiarato la vittoria sullo Stato Islamico alla fine del 2017. In segno del miglioramento della situazione della sicurezza, le autorità irachene si sono impegnate sin dal 2018 per allentare le restrizioni di sicurezza nella Green Zone. In particolare, muri di cemento armato sono stati rimossi ed è stato consentito il passaggio nell’area per la prima volta in oltre 10 anni, ma l’ambasciata statunitense continua ad essere considerata una delle zone più sicure.

Baghdad ha anche cercato di posizionarsi come un eventuale mediatore tra gli Stati Uniti e l’Iran, Paesi che godono di influenza politica e militare in Iraq. L’8 maggio scorso, il segretario di Stato americano ha effettuato una visita non annunciata a Baghdad, dove ha incontrato il primo ministro dell’Iraq, Adil Abdul-Mahdi, per discutere della minaccia iraniana nella regione. Nel corso della visita, gli Stati Uniti hanno chiesto all’Iraq di assicurarsi che le milizie indipendenti del Paese, che operano sotto l’influenza dell’Iran, siano totalmente assoggettate al controllo del governo centrale. La visita si è verificata il giorno precedente all’annuncio iraniano del ritiro parziale dall’accordo sul nucleare del 2015, da cui gli Stati Uniti sono usciti esattamente un anno prima, l’8 maggio 2018. Con il ritiro unilaterale da parte di Washington, quest’ultima ha reimposto una serie di misure punitive contro la Repubblica Islamica e ciò ha creato una serie di tensioni crescenti, tuttora accese.

Circa, invece, le relazioni tra Iran e Iraq, dopo le elezioni del presidente iraniano, Hassan Rouhani, nel 2013, l’Iraq ha fatto affidamento sul supporto paramilitare iraniano per combattere l’ISIS nel proprio territorio e l’alleanza tra Teheran e Baghdad si è solidificata a seguito della presa di Mosul da parte del gruppo estremista islamico. In tale contesto, l’Iran ha spesso cercato il sostegno dell’Iraq, sia nella regione, sia in questioni diplomatiche legate alla pressione americana contro Teheran. A tal proposito, la visita di Rouhani dell’11 marzo scorso avrebbe rappresentato un messaggio forte agli Stati Uniti e ai loro alleati regionali: l’Iran domina ancora a Baghdad, un’arena chiave per un possibile aumento della tensione tra Washington e Teheran.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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