Migranti, Bosnia: ONU invia commissario speciale

Pubblicato il 24 settembre 2019 alle 15:22 in Balcani Immigrazione

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Le Nazioni Unite hanno deciso di inviare un esperto in materia di diritti umani, nonché relatore speciale ONU, Felipe González Morales, in Bosnia ed Erzegovina per verificare le condizioni di vita dei migranti nel Paese.

A renderlo noto è l’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, in inglese United Nations office of the High Commissioner on Human Rights (OHCHR), il quale ha altresì specificato che Morales sarà nel Paese dal 24 settembre al 1° ottobre.

Nel corso della sua permanenza in Bosnia, il relatore speciale ONU verificherà il vigente sistema normativo bosniaco, oltre alle politiche e alle pratiche attive nel Paese, e l’impatto che queste hanno sui diritti umani dei migranti.

Per perseguire tale obiettivo, Morales si recherà a Sarajevo, Banja Luka e Bihac, dove incontrerà le rispettive autorità dei governi locali, le autorità giudiziarie, le organizzazioni della società civile e gli stessi migranti. Nelle tre province, il relatore speciale ONU visiterà anche i centri di accoglienza dei migranti, oltre che le strutture ricettive per bambini e famiglie, sia permanenti sia temporanee.

Alla fine della propria missione, Morales condividerà una prima impressione di quanto analizzato, il cui report finale verrà presentato al Consiglio dei Diritti Umani dell’ONU nel mese di giugno 2020.

Secondo quanto reso noto dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM), la Bosnia ed Erzegovina si trova nello snodo migratorio tra l’Europa dell’Est e dell’Ovest. Il conflitto nell’ex Iugoslavia, dal 1992 al 1995, ha causato la distruzione delle infrastrutture socioeconomiche e l’abbandono del Paese da parte di circa metà della popolazione bosniaca. Ad oggi, rende noto l’IOM, il ritorno delle persone disperse e l’aumento delle cifre relative all’immigrazione clandestina, soprattutto in riferimento al traffico e alla tratta di migranti, fanno sì che l’immigrazione rappresenti una delle maggiori sfide al recupero e allo sviluppo della Bosnia ed Erzegovina del dopoguerra.

Al fine di coadiuvare i governi bosniaci, l’IOM aveva già avviato una propria missione a Sarajevo nel 1992, nei seminterrati dell’Ospedale di Kosevo, dove portava avanti il programma MEDEVAC, finalizzato ad evacuare i feriti di guerra che non potevano ricevere localmente le cure mediche necessarie. In seguito alla fine del conflitto, l’IOM aveva poi iniziato ad occuparsi del ritorno dei rifugiati dall’estero e dell’assistenza ai cittadini bosniaci intenzionati a stabilirsi in Paesi terzi.

Attualmente, secondo quanto diffuso dall’IOM, i programmi attivi sono finalizzati alla prevenzione dell’immigrazione clandestina, all’interruzione del traffico di esseri umani, allo sviluppo nazionale e al supporto al governo bosniaco nell’implementazione di politiche in materia di immigrazione.

In tale ambito, essendo la Bosnia colpita dall’aumento degli arrivi dei migranti dalla seconda metà del 2017, l’IOM ha rinforzato le proprie attività in diversi luoghi strategici del Paese, grazie all’invio di squadre operative di assistenza e alla costruzione di centri di ricezione temporanei.

Solo nel 2018, secondo il comunicato diffuso il 23 settembre 2019, l’IOM ha aperto 4 nuovi centri temporanei di ricezione nel Cantone di Una Sana, grazie al sostegno economico della Banca per lo sviluppo del Consiglio d’Europa. Nello specifico, i centri si trovano nei pressi di Cazin, Bihac e Velika Kladusa, nell’area nordoccidentale del Paese. Un quinto centro di ricezione temporaneo è invece stato costruito ad Hadzici, ad Ovest di Sarajevo. Tali centri, ha reso noto l’IOM, ricevono, grazie al supporto dell’UE, la fornitura di beni di prima necessità e servizi di assistenza.

Lo scorso 19 settembre, un migrante aveva  perso la vita a causa di una coltellata ricevuta durante uno scontro in un centro di accoglienza nei pressi di Bihac, a Vucjak, il quale ospita centinaia di migranti, la maggior parte dei quali lamenta frustrazione a causa del prolungamento dei tempi per il trasferimento in Croazia, meta ambita in quanto punto di partenza per raggiungere i Paesi dell’Europa occidentale.

La concentrazione di migranti nei campi bosniaci è stata più volte messa in evidenza dagli attivisti e dagli operatori umanitari che prestano servizio nei centri di accoglienza balcanica. Nello specifico, stando alle ultime rilevazioni delle agenzie di sicurezza nazionale bosniache, risalenti al giugno 2019, dal gennaio 2019 la Bosnia ha accolto circa 6.000 persone tra migranti e rifugiati, ma i centri di accoglienza, i quali hanno una capienza massima di 3.500 persone, sono pieni, costringendo i migranti a dormire all’aperto. Il ministro della Salute bosniaco, Nermina Cemalovic, aveva reso noto lo scorso 15 maggio che i migranti che si trovano all’interno dei centri stanno contraendo malattie infettive, mentre, stando alle rivelazioni della Croce Rossa, coloro che si trovano all’aperto devono affrontare i campi minati, essendo la Bosnia uno dei paesi europei maggiormente colpiti dalla disseminazione delle mine, il che ha portato gli operatori umanitari ad affermare che la Bosnia si trovi “in una crisi umanitaria”.

Secondo le stime dell’IOM, dall’1 gennaio all’8 settembre 2019 sono stati registrati 19.266 migranti nel Paese, tutti giunti via terra.  Stando all’ultimo report regionale dell’IOM, pubblicato nel settembre 2018, i migranti rilevati in Bosnia fino all’aprile 2018 erano principalmente di origine siriana, libica, pakistana, afghana, palestinese, irachena, iraniana, algerina e kosovara. Lo scorso anno, circa 25.000 persone hanno raggiunto la Bosnia dalla Serbia e dal Montenegro. La maggior parte dei migranti è concentrata nelle città di Bihac e Velika Kladusa, nella parte occidentale del Paese, dove le autorità hanno richiesto la chiusura dei centri di accoglienza.

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Jasmine Ceremigna

di Redazione

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