Sudan: avviata indagine giudiziaria sul massacro del 3 giugno

Pubblicato il 23 settembre 2019 alle 16:05 in Africa Sudan

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Il primo ministro sudanese Abdalla Hamdok ha annunciato l’avvio di un’indagine indipendente per indagare sulla repressione violenta delle proteste avvenuta il 3 giugno per mano delle forze di sicurezza di Khartoum.  Nel massacro sono state uccise circa 128 persone, secondo quanto riferito dall’Associazione dei medici sudanesi. Da quel momento, i leader delle proteste hanno insistito sull’apertura di un’inchiesta “libera e indipendente” per trovare i responsabili delle uccisioni e portarli in giudizio. I manifestanti accusano il gruppo militare delle Forze di Supporto Rapido di aver guidato la dispersione delle manifestazioni, ma sostengono altresì che la repressione sia stata ordinata dal comandante Mohammed Hamdan Dagalo, attualmente membro del Consiglio sovrano di transizione del Sudan. Durante gli interventi delle forze armate, dicono gli attivisti sudanesi, si sarebbero verificati anche abusi, stupri e gravi ferimenti.

Hamdok ha dichiarato, domenica 22 settembre, che le indagini si concluderanno in un periodo di tempo di massimo 6 mesi. Saranno portate avanti da una commissione di 7 membri, incluso un giudice supremo, una figura indipendente e 2 procuratori. Il primo ministro, che attualmente si trova a New York per partecipare all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, ha aggiunto che il Sudan potrebbe richiedere assistenza all’Unione africana, se necessario.

Il Ministero della Giustizia sudanese è guidato da Nasr al-Din Abd al-Barri, nominato dai leader delle proteste, mentre i Ministeri degli Interni e della Difesa sono guidati da Idris al-Taifi e dal tenente generale Jamal Omar, entrambi selezionati dai generali militari.

Le proteste in Sudan sono scoppiate il 19 dicembre 2018 e hanno causato enormi sconvolgimenti nel Paese. Dopo 16 settimane di scontri e manifestazioni di piazza, l’11 aprile di quest’anno l’esercito è riuscito a espellere l’ex presidente Omar al-Bashir, al potere da trent’anni. In seguito a questo avvenimento, le truppe sudanesi hanno dichiarato l’instaurazione di un governo militare di transizione, con a capo Al-Burhan, in passato ispettore generale delle forze armate. Da allora i manifestanti nelle strade della capitale hanno continuato a protestare, per chiedere che fosse lasciato il posto ad un esecutivo civile. Nel corso della protesta del 3 giugno, avvenuto davanti al Ministero della Difesa e durato per settimane, le forze di sicurezza nazionale avrebbero inizialmente utilizzato del gas lacrimogeno, per poi impiegare granate stordenti per disorientare gli attivisti. A quel punto, i militari avrebbero iniziato a sparare con armi da fuoco, provocando un numero elevato di morti e feriti.

Da quando sono iniziate le proteste, a dicembre, i manifestanti rimasti uccisi sono stati circa 250. Il nuovo primo ministro del Sudan, Abdalla Hamdok, ha prestato giuramento, mercoledì 21 agosto, come leader del governo di transizione, promettendo di riportare la stabilità a livello nazionale, risolvere la crisi economica e garantire una pace duratura. Il capo del deposto Consiglio militare, Abdel Fattah al-Burhan, ha invece assunto il ruolo di presidente del Consiglio Sovrano, l’organo che gestirà il Paese per 3 anni e 3 mesi fino a nuove elezioni. Tale organismo è composto da 10 membri, 5 nominati dai militari e 5 dai civili, più 1 che viene designato di comune accordo tra le parti. L’accordo di pace tra civili e militari è stato firmato il 17 luglio e promette di guidare la transizione pacifica verso la democrazia mettendo fine ai conflitti in corso e cercando di soddisfare le richieste dei cittadini, desiderosi di una svolta politica dopo anni di governo autoritario da parte dell’ex presidente Omar al-Bashir.

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Chiara Gentili

di Redazione

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