USA-Iran: sanzioni contro la Banca centrale di Teheran

Pubblicato il 21 settembre 2019 alle 6:46 in Iran USA e Canada

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Il presidente americano Donald Trump ha annunciato, venerdì 20 settembre, che gli Stati Uniti hanno deciso di imporre sanzioni sulla Banca centrale iraniana, dopo circa una settimana dagli attacchi agli impianti petroliferi di Aramco, in Arabia Saudita. L’amministrazione USA ritiene che dietro l’offensiva, avvenuta il 14 settembre, ci sia il governo di Teheran, benché siano stati i ribelli sciiti Houthi a rivendicare gli attacchi e a dichiarare la loro responsabilità.

Il Segretario del Tesoro americano, Steven Mnuchin, parlando in conferenza stampa da Washington, ha detto che la Banca era l’ultima fonte di finanziamento per l’Iran. Il Paese affronta già gravi difficoltà economiche a causa delle sanzioni reintrodotte dagli Stati Uniti quando questi ultimi hanno deciso unilateralmente di ritirarsi dall’accordo sul nucleare, il Joint Comprehensive Plan of Action, l’8 maggio 2018. Il JCPOA era stato firmato il 14 luglio 2015 da Iran, Germania ed i 5 membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu, ovvero Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Russia e Cina, e prevedeva la sospensione di tutte le sanzioni nucleari imposte precedentemente contro l’Iran dall’Unione Europea, dall’Onu e dagli USA, in cambio della limitazione delle attività nucleari da parte del Paese mediorientale. Quando Trump ha deciso di ritirarsi dal patto e di reimporre le sanzioni contro Teheran, si è prodotta una frattura ancora più profonda nelle relazioni tra le due superpotenze. In particolare, l’acquisto di petrolio è tornato ad essere sanzionato dagli Stati Uniti, riducendo la domanda internazionale di greggio iraniano e quindi le esportazioni della Repubblica Islamica, il quarto produttore di oro nero dell’OPEC. L’obiettivo americano è quello di portare a zero le esportazioni di petrolio iraniane.

Negli ultimi mesi i motivi di tensione e i rischi di una guerra imminente tra Washington e Teheran sono stati sempre più frequenti. L’ultimo episodio riguarda proprio gli attacchi a due impianti petroliferi della compagnia saudita Aramco, situati nelle province di Abqaiq e Khurais, nell’Est del Paese. L’impianto di Abaiq tratta la materia prima dell’oleodotto più grande al mondo, il gigante Ghawar, e lo esporta a Juaymah e Ras Tanura, l’impianto di carico a largo della costa, anch’esso, a sua volta, il maggiore a livello internazionale. Gli Stati Uniti si sono uniti alle indagini volte a stabilire il reale responsabile degli attacchi, che si pensa essere l’Iran. Il ministero della Difesa saudita ha mostrato ciò che ha definito la prova del coinvolgimento dell’Iran nell’attacco, il 18 settembre. In particolare, il capo della coalizione a guida saudita, il colonnello Turki al-Maliki, ha affermato che i dati fino ad ora raccolti nel corso delle indagini mostrano che è impossibile che l’attacco sia partito dallo Yemen, così come era stato affermato con la rivendicazione dei ribelli sciiti Houthi. 

Secondo un comunicato stampa, anche per Pompeo è l’Iran ad essere tra i responsabili e non i ribelli Houthi, ed è stato altresì sottolineato che quanto accaduto mette a rischio le forniture mondiali di energia. In tale quadro, il capo della Casa Bianca, Donald Trump, ha affermato che la riluttanza mostrata fino ad ora nel colpire l’Iran è “un segno della propria forza”, in quanto sarebbe facile lanciare un attacco. Tuttavia, l’amministrazione statunitense sta prendendo in considerazione diverse opzioni per trattare con l’Iran. Dal canto suo, Zarif ha accusato il presidente USA di aumentare la pressione economica sui cittadini iraniani, parlando di “escalation della guerra economica” oltre che di “terrorismo economico, illegale e disumano”. Per Zarif, Washington ignora il fatto che molti altri, come le vittime yemenite di quattro anni e mezzo di atroci crimini di guerra, faranno il possibile per lanciare contrattacchi in caso di ulteriori violenze.

In occasione della visita alla Casa Bianca del primo ministro australiano Scott Morrison, il presidente Trump, interrogato dai giornalisti sulla questione di Aramco, ha affermato che le possibilità di una risposta militare contro l’Iran sono sempre presenti e che gli Stati Uniti in tal caso sarebbero pronti. La sua presenza però, ha ribadito il capo di Stato americano, resta quella di una soluzione pacifica del conflitto. Il Segretario di Stato Pompeo, da parte sua, ha affermato che i raid sarebbero stati una chiara “dichiarazione di guerra”.  

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Chiara Gentili

di Redazione

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