Repubblica Democratica del Congo: 28 civili morti per scontri etnici

Pubblicato il 21 settembre 2019 alle 6:28 in Africa Rep. Dem. del Congo

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Almeno 28 persone sono state uccise nel Nord-Est della Repubblica Democratica del Congo, tra giovedì 19 e venerdì 20 settembre, in una serie di attacchi contro civili, inclusi bambini. Secondo quanto ha riportato la missione delle Nazioni Unite operante nel Paese africano, MONUSCO, la zona è stata interessata nelle ultime settimane da una rinnovata ondata di violenza etnica che vede da una parte la comunità degli agricoltori e dall’altra quella dei pastori. Diversi abitanti hanno deciso di abbandonare le proprie case per sfuggire agli scontri e molti si sono rifugiati nei campi profughi della provincia di Ituri. Nei giorni scorsi, gli aggressori hanno attaccato i villaggi e i centri per gli sfollati della regione, inclusa altresì una base temporanea della missione dell’ONU. Da inizio giugno, la violenza ha ucciso più di 200 persone e ha costretto altre 300.000 a lasciare le proprie abitazioni.

Gli attacchi che si verificano nella provincia di Ituri colpiscono generalmente i pastori della comunità Hema, da lungo tempo in lotta contro gli agricoltori Lendu. I motivi della discordia sono principalmente la rivendicazione di diritti di proprietà nella regione, il controllo delle risorse naturali e la rappresentazione politica di tutte le comunità. Il conflitto aperto tra i due gruppi, protrattosi dal 1999 al 2007, aveva provocato un numero di morti pari a circa 50.000 individui, aprendo uno dei capitoli più sanguinosi della guerra civile nella Repubblica Democratica del Congo. Schermaglie e atti di rappresaglia sono poi ripresi verso la fine del 2017 e l’inizio del 2018, ma la situazione è rimasta abbastanza sotto controllo almeno fino a giugno.

Il presidente della Repubblica Democratica del Congo, Felix Tshisekedi, eletto a gennaio 2019, sta tentando di riportare la stabilità nelle regioni orientali del Paese, dove gli scontri armati tra gruppi etnici sono ancora frequenti. Diversi membri delle milizie si sono arresi, sono stati catturati o sono rimasti uccisi ma la violenza persiste, soprattutto nella provincia di Nord Kivu, a Sud di Ituri.

Dopo aver guadagnato l’indipendenza dal Belgio, nel 1960, La Repubblica Democratica del Congo, Stato africano ricco di risorse, non è mai riuscito ad effettuare una transizione di potere pacifica. La violenza ha raggiunto il culmine e si è estesa in tutta la nazione dopo che l’attuale presidente congolese, Joseph Kabila, nel dicembre 2016, ha deciso di rimanere al potere per il terzo mandato presidenziale. Da allora, il conflitto ha forzato più di 1 milione e mezzo di congolesi ad abbandonare le proprie case, mentre più di 3,000 sono morti, tra l’ottobre 2016 e l’agosto 2017, nella sola regione di Greater Kasai. Il 4 agosto 2017, l’UNICEF ha denunciato la situazione, rendendo noto che la Repubblica Democratica del Congo sta affrontando una delle peggiori crisi umanitarie al mondo.

Il 24 gennaio, il leader dell’opposizione della Repubblica Democratica del Congo, Felix Tshisekedi, ha iniziato il proprio mandato presidenziale, succedendo all’ex presidente Joseph Kabila, in carica dal 26 gennaio 2001. Nel discorso di fronte ai propri seguaci, al momento del giuramento, Tshisekedi ha affermato che la Repubblica Democratica del Congo non sarà più un Paese “diviso, pieno di odio o tribalismo”. “Vogliamo costruire un Congo forte della sua diversità culturale, promuoveremo il suo sviluppo, la sua pace e la sua sicurezza”, ha continuano il nuovo presidente.

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Chiara Gentili

di Redazione

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