Egitto: al-Sisi valuta di annullare la sua prossima visita all’ONU

Pubblicato il 21 settembre 2019 alle 6:11 in Africa Egitto

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Il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi sta considerando di cancellare la sua visita al quartier generale delle Nazioni Unite, a New York, a causa del timore che scoppi in patria un’ondata di proteste. Il leader, infatti, sta affrontando nelle ultime settimane una grossa ventata di dissenso contro il suo regime, scatenata dalla diffusione di filmati che dimostrano quanto profonda e radicata sia la corruzione tra gli ambienti militari e governativi del Paese. I video, diventati virali, sono stati rilasciati da Mohammed Ali, ex appaltatore di progetti militari in Egitto, e hanno provocato un notevole aumento delle critiche nei confronti del presidente, il cui operato è stato raramente messo in discussione nel corso degli anni. Gli egiziani si sono indignati soprattutto per le affermazioni secondo cui al-Sisi avrebbe usato i fondi del governo per costruire diverse lussuose residenze per sé stesso e la sua famiglia, facendo sì che l’hashtag #ThatsEnoughSisi diventasse virale e guadagnasse più di un milione di tweet nelle prime 24 ore.

L’invito a scendere in strada e a protestare contro il presidente sta preoccupando al-Sisi e la sua amministrazione, i quali hanno sempre cerato di tenere a bada le manifestazioni anti-regime, soprattutto dopo l’assassinio di oltre 1000 sostenitori del presidente estromesso Mohamed Morsi durante il massacro di Rabaa, nel 2013. Lo stesso Ali ha invitato i manifestanti a marciare per le strade della capitale in una nuova trasmissione YouTube “come espressione del loro rifiuto nei confronti del dominio incontrastato di al-Sisi “. Proteste su così vasta scala, ha sostenuto Ali, dovrebbero indurre il ministro della Difesa egiziano ad arrestare il presidente o a farlo cadere.

Secondo quanto dichiarato da fonti governative, al-Sisi è sinceramente preoccupato per il modo in cui si sta evolvendo la situazione nel suo Paese e teme che la partecipazione all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, a New York, prevista per la prossima settimana, possa dare ai manifestanti una spinta ulteriore a scatenare il disordine. Il presidente, in particolare, starebbe pensando di cancellare interamente il viaggio o di ridurlo di qualche giorno. L’annullamento ufficiale, tuttavia, non è ancora arrivato e il ministro degli Affari Esteri, Sameh Shoukry, è atteso, insieme alla sua delegazione ufficiale, presso le Nazioni Unite. Il capo dell’intelligence, Abbas Kamel, ha invitato al-Sisi a non cancellare la visita per timore che questa mossa possa inviare un messaggio sbagliato. Il presidente ha anche tenuto diverse riunioni con funzionari della sicurezza e ufficiali militari per garantire che vi sia un piano d’azione efficace volto a contenere le proteste. Alcune fonti interne all’amministrazione hanno rivelato che al-Sisi starebbe anche considerando un rimpasto del suo gabinetto, inclusa la sostituzione dell’attuale primo ministro, per cercare di affrontare la controversia. Le reazioni di massa contro il suo regime, hanno spinto il presidente a rilasciare una dichiarazione pubblica in cui si chiarisce che, secondo Il Cairo, le accuse sarebbero “bugie e calunnie finalizzate a spezzare la volontà degli egiziani e a levare loro ogni speranza e fiducia”.

Gli analisti, tuttavia, ritengono che le manifestazioni nelle piazze potrebbero anche non verificarsi a causa della paura generale di repressioni violente. Da quando al-Sisi è salito al potere, l’8 giugno 2014, il suo governo ha mostrato da subito il pugno di ferro, vietando le proteste non autorizzate e imprigionando migliaia di persone per reprimere massicciamente ogni forma di dissenso. L’ex capo dell’esercito ha condotto, durante tutto il suo mandato, un’ampia repressione che ha travolto islamisti e oppositori liberali. Almeno 60.000 persone sono state incarcerate, secondo i dati riportati dall’ONG Human Rights Watch. Al-Sisi ha negato di detenere prigionieri politici e i suoi sostenitori sostengono che le misure introdotte sono state necessarie per stabilizzare l’Egitto dopo la rivolta del 2011. Dalla cacciata dell’ex presidente islamista Mohamed Morsi, le autorità egiziane hanno iniziato a lanciare una dura repressione anche contro la Fratellanza Musulmana, dichiarata organizzazione terrorista nel dicembre 2013, e contro tutti gli oppositori politici. Per giustificare le sue azioni, Al-Sisi sostiene che le repressioni facciano parte della dura campagna per combattere il terrorismo nel Paese. Dopo una vita passata in prigione, l’ex presidente Morsi è deceduto qualche mese fa, il 17 giugno, a causa di un malore che lo ha colpito mentre veniva giudicato in Tribunale, davanti alla corte, per le accuse di spionaggio rivolte contro di lui fin dal 2013.    

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Chiara Gentili

di Redazione

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