Libia: Haftar, una lotta contro il tempo

Pubblicato il 20 settembre 2019 alle 12:02 in Africa Libia

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Le forze dell’Esercito Nazionale Libico (LNA), guidate dal generale Khalifa Haftar, hanno attaccato, nella sera di giovedì 19 settembre, le postazioni del governo di Tripoli situate a Misurata, a Est della capitale Tripoli.

Secondo quanto riferito da alcune fonti, tale attacco è stato condotto per mezzo di droni e, come specificato anche da membri dell’LNA, ha portato alla distruzione di munizioni e armamenti della fazione opposta. In particolare, sono stati nuovamente il centro dell’aeronautica e la base aerea di Misurata ad essere stati presi di mira, in quanto considerati “stanze delle operazioni aeree turche”.

Inoltre, le forze di Haftar hanno colpito, nella stessa giornata, il 19 settembre, la città occidentale di Murzuq, prendendo di mira le aree abitate dalla tribù Tubu, e causando perdite e danni a livello materiale. La città è situata nella regione di Fezzan, nel Sud-Ovest della Libia.

Di fronte a tale scenario, il grande mufti della Libia, l’imam Sadiq Al-Ghariani, ha condannato l’Arabia Saudita per essere coinvolta nei bombardamenti che interessano il Paese. In particolare, tale Paese, a detta di Al-Ghariani, lancia ogni giorno droni contro aeroporti e siti civili libici. Non da ultimo, per il mufti libico, vi sono diversi Paesi “sionisti” occidentali che sostengono Haftar, il quale, a sua volta, è da cinque anni che viola la legittimità, uccidendo e deportando migliaia di oppressi, oltre a derubare le loro proprietà. “Quando saranno prese misure pratiche per dissuadere i Paesi che sostengono l’aggressore, come porre fine alla cooperazione e alle relazioni?” ha chiesto l’imam.

Al-Ghariani ha assunto un ruolo sempre più rilevante a partire dall’inizio della guerra civile in Libia, nel 2011, in seguito alle fatwa contro l’ex dittatore Muammar Gheddafi. Tuttavia, nel mese di giugno 2017, l’imam è stato incluso nella lista dei terroristi, dopo le accuse di legami con il terrorismo, rivolte da Arabia Saudita, Bahrein, Emirati ed Egitto.

L’attacco di Murzuq giunge dopo alcuni giorni dalle minacce di Abu Dhabi indirizzate proprio contro la tribù Tubu. Nello specifico, gli Emirati Arabi Uniti hanno dichiarato che condurranno un’offensiva contro tale tribù, situata prevalentemente nel Sud della Libia, a meno che non vengano ritirate le denunce rivolte contro il proprio Paese e contro il generale Haftar.  È il capo del cosiddetto Congresso Tubu, Issa Abdulmajeed, ad aver denunciato, in sede Onu, gli Emirati per aver partecipato all’uccisione e al reclutamento di bambini in Yemen.

La giornata del 19 settembre ha assistito altresì ad un meeting tra l’ambasciatore statunitense in Libia, Richard Norland, ed il generale Haftar. I due, incontratisi ad Abu Dhabi, hanno discusso degli attuali sviluppi in Libia e delle prospettive che potrebbero portare ad una soluzione politica al conflitto. Il tutto nel quadro della lotta al terrorismo e dello sviluppo delle relazioni USA- Libia.

Misurata era stata colpita dalle forze dell’LNA anche nella giornata del 18 settembre, con raid aerei “precisi”, nuovamente condotti contro postazioni “turche”, nel quadro di una lotta contro il tempo volta a liberare la capitale Tripoli. In particolare, le forze di Haftar si sono dette determinate a continuare le proprie offensive contro gli Stati stranieri che sostengono il terrorismo in Libia. Il 17 settembre, invece, è stata la base aerea dell’aeroporto di Mitiga ad essere stata presa di mira.

L’aeroporto è un’ex base militare, utilizzata successivamente per scopi civili, ed è situato nell’area controllata dal governo tripolino, riconosciuto dalle Nazioni Unite. Tuttavia, negli ultimi mesi, è stato preso di mira più volte, divenendo terreno di scontri tra le forze di Tripoli e l’Esercito Nazionale Libico. Ciò ha causato l’interruzione dei voli da e verso l’aeroporto, e al momento dell’offensiva risultava inattivo sin dal 1° settembre scorso. L’ultimo attacco aereo è della sera del 15 settembre.

Per quanto riguarda Murzuq, uno degli ultimi violenti episodi risale a domenica 4 agosto, quando aerei dell’Esercito Nazionale Libico hanno colpito una cerimonia di matrimonio. Oltre ad uccidere almeno 42 persone, tutte civili, ne sono state ferite altre 60.

La tribù Tubu è una popolazione del Sahara, comprendente circa 200.000 individui, che vive sparsa su un’area molto vasta e discontinua, ed in particolare nel Nord del Ciad, nel Sud della Libia, nel Nord-Est del Niger e nel Nord-Ovest del Sudan. Da anni, tale etnia rivendica la propria indipendenza ed autodeterminazione dalla popolazione araba.

In riferimento alla Libia, nel marzo 2012, in seguito a sanguinosi scontri tra i Tubu e le tribù arabe del Sud, il leader Tubu ha dichiarato aperto un fronte di battaglia per salvaguardare il proprio popolo da una pulizia etnica. Successivamente, tale etnia ha subito le persecuzioni promosse dal’ex dittatore Muammar Gheddafi.

La Libia vive in una situazione di grave instabilità dal 15 febbraio 2011, data che ha segnato l’inizio della rivoluzione e della guerra civile. Nel mese di ottobre dello stesso anno, il Paese nordafricano ha poi assistito alla caduta del regime del dittatore Muammar Gheddafi, ma da allora non è mai riuscito a raggiungere una transizione democratica e vede tuttora la presenza di due schieramenti. Da un lato, il governo di Tripoli, nato con gli accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015, guidato da Fayez al-Sarraj e riconosciuto dall’Onu. Dall’altro lato, il governo di Tobruk, con il generale Khalifa Haftar. Il governo di Tobruk riceve il sostegno di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia e Francia. In particolare, Al Cairo, Riad ed Abu Dhabi sostengono militarmente ed economicamente le forze dell’esercito di Haftar. Il Qatar e la Turchia appoggiano, invece, il governo riconosciuto a livello internazionale.

L’ultima ondata di violenti combattimenti tra le due fazioni, che ha avuto inizio nel mese di aprile, ha causato la morte di 1093 persone, tra cui anche civili, ed il ferimento di altri 5762. Stando alle cifre Onu, sono, invece 120.000 gli sfollati causati dal conflitto.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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