Arabia Saudita: l’Iran è inequivocabilmente responsabile, per Pompeo “un atto di guerra”

Pubblicato il 19 settembre 2019 alle 11:41 in Arabia Saudita Iran USA e Canada

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Il ministero della Difesa saudita ha mostrato ciò che ha definito la prova del coinvolgimento dell’Iran nell’attacco alle strutture petrolifere saudite di sabato 14 settembre.

In particolare, il capo della coalizione a guida saudita, il colonnello Turki al-Maliki, ha affermato, il 18 settembre, che i dati fino ad ora raccolti nel corso delle indagini mostrano che è impossibile che l’attacco sia partito dallo Yemen, così come era stato affermato con la rivendicazione dei ribelli sciiti Houthi. Le indagini hanno rivelato che i droni lanciati contro gli impianti della compagnia petrolifera saudita Aramco provenivano dal Nord e, pertanto, “non vi è dubbio” sul coinvolgimento dell’Iran e sull’impiego di armi e tecnologia iraniane. Non da ultimo, al-Maliki ha poi spiegato che la traiettoria dei droni è stata proprio da Nord verso Sud ed il raggio dei missili da crociera lanciati era pari a 700 km, confermando l’impossibilità della provenienza yemenita. Tuttavia, le indagini per definire il luogo esatto di partenza sono ancora in corso.

Il 14 settembre, due impianti petroliferi della compagnia saudita Aramco, situati nelle province di Abqaiq e Khurais, nell’Est dell’Arabia Saudita, sono stati colpiti da raid aerei, rivendicati dal gruppo di ribelli sciiti Houthi. L’impianto di Abaiq tratta la materia prima dell’oleodotto più grande al mondo, il gigante Ghawar, e lo esporta a Juaymah e Ras Tanura, l’impianto di carico a largo della costa, anch’esso, a sua volta, il maggiore a livello internazionale. Gli Stati Uniti si sono uniti alle indagini volte a stabilire il reale responsabile degli attacchi, che si pensa essere l’Iran.

Secondo quanto rivelato da al-Maliki, sono stati 18 i droni autori dell’attacco, con 7 missili da crociera, di cui 3 non sono riusciti a colpire gli obiettivi designati. Per il colonnello, l’offensiva è stata condotta grazie a capacità elevate, dimostrate dall’impiego di sistemi di posizionamento avanzati e missili guidati con precisione. Inoltre, tra le armi utilizzate, vi erano anche velivoli di fabbricazione iraniana, nello specifico droni di tipo Delta Wing e missili Ya Ali.

Di fronte a tale scenario, al-Maliki ha affermato che quello del 14 settembre è stato un attacco volto a colpire e distruggere le infrastrutture saudite, così come l’economia globale ed il commercio internazionale. Pertanto, il colonnello ha invitato la comunità internazionale a frenare il sostegno da parte iraniana ai gruppi terroristici.

In tale quadro, il segretario di Stato degli Stati Uniti, Mike Pompeo, si è recato, il 18 settembre, in Arabia Saudita, nella città di Gedda, per intraprendere colloqui con i responsabili sauditi, volti a definire le opzioni più idonee per rispondere all’attacco del 14 settembre. Secondo un comunicato stampa, anche per Pompeo è l’Iran ad essere tra i responsabili e non i ribelli Houthi, ed è stato altresì sottolineato che quanto accaduto mette a rischio le forniture mondiali di energia. Inoltre, Pompeo ha affermato: “Per fortuna nessun cittadino americano è stato ucciso in quest’attacco ma ogni qualvolta si è di fronte ad un atto di guerra di tale tipo, c’è sempre il rischio che qualcosa possa accadere. È un attacco di una portata mai vista prima”.

In tale quadro, il capo della Casa Bianca, Donald Trump, ha affermato che la riluttanza mostrata fino ad ora nel colpire l’Iran è “un segno della propria forza”, in quanto sarebbe facile lanciare un attacco. Tuttavia, l’amministrazione statunitense sta prendendo in considerazione diverse opzioni per trattare con l’Iran. Trump, inoltre, ha annunciato di aver ordinato al segretario del Tesoro, Steven Mnuchin, di “intensificare le sanzioni” imposte a Teheran, i cui dettagli saranno resi noti nelle prossime ore.

Dal canto suo, il ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif, ha accusato il presidente degli Stati Uniti di aumentare la pressione economica sui cittadini iraniani, parlando di “escalation della guerra economica” oltre che di “terrorismo economico, illegale e disumano”. Per Zarif, Washington ignora il fatto che le vittime yemenite di quattro anni e mezzo di atroci crimini di guerra faranno il possibile per lanciare contrattacchi. Inoltre, l’Iran si è detto pronto a contrattaccare qualsiasi offensiva militare.

La guerra civile in Yemen è scoppiata il 19 marzo 2015, data in cui gli Houthi hanno lanciato un’offensiva per estendere il loro controllo nelle province meridionali. I gruppi che si contrappongono nel conflitto sono da un lato i ribelli sciiti, che controllano la capitale Sana’a, alleati con le forze fedeli all’ex presidente Ali Abdullah Saleh e sostenuti dall’Iran e dalle milizie di Hezbollah. Dall’altro lato, vi sono le forze fedeli al presidente yemenita, Rabbu Mansour Hadi, l’unico riconosciuto dalla comunità internazionale. L’Arabia Saudita è intervenuta nel conflitto per sostenere Hadi, il 26 marzo 2015, a capo di una coalizione formata anche da Emirati Arabi Uniti, Marocco, Egitto, Sudan, Giordania, Kuwait, Bahrain e Qatar e sostenuta, a sua volta, dagli Stati Uniti.

Negli ultimi mesi, le offensive si sono intensificate, con attacchi aerei e per mezzo di droni, sia sul territorio yemenita, sia in luoghi chiave per gli interessi sauditi in altre regioni. La coalizione araba, il 29 maggio, ha lanciato un’operazione militare con l’obiettivo di neutralizzare le capacità offensive degli Houthi. Tuttavia, nei quattro anni del conflitto yemenita, i ribelli sciiti sono riusciti a sviluppare sistemi missilistici, divenuti armi strategiche in grado di minacciare l’intera area del Golfo.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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