Leader delle proteste di Hong Kong parlano al Congresso USA

Pubblicato il 18 settembre 2019 alle 10:10 in Cina Hong Kong USA e Canada

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

I leader delle proteste di Hong Kong hanno fatto appello direttamente al Congresso degli Stati Uniti, affinché questo eserciti pressioni su Pechino per una maggiore democrazia nella città semi-autonoma asiatica.

I principali attivisti nelle proteste di massa di Hong Kong hanno parlato di fronte alla Commissione Esecutiva del Congresso sulla Cina, martedì 17 settembre, dove hanno testimoniato a favore di una legge statunitense in esame, che propone la difesa dei diritti civili dei cittadini di Hong Kong. “Questo non è un appello per una cosiddetta interferenza straniera. Questo è un appello per la democrazia”, ha dichiarato la cantante e attivista Denise Ho durante la sessione. Il gruppo ha anche sollecitato i membri della commissione, che comprende senatori e deputati democratici e repubblicani, ad intervenire, anche se ciò potrebbe influire sull’economia di Hong Kong. “Pechino non dovrebbe avere entrambe le cose, raccogliere tutti i benefici economici della posizione di Hong Kong nel mondo mentre sradica la nostra identità sociopolitica”, ha dichiarato Joshua Wong, segretario e fondatore del partito Demosisto e leader del “Movimento degli ombrelli”.

Wong ha anche avvertito che il presidente cinese Xi Jinping potrebbe intraprendere azioni più dure in vista delle celebrazioni del 1° ottobre, in cui ricorre il 70° anniversario della fondazione della Repubblica Popolare Cinese. “L’invio di carri armati rimane non probabile, sebbene non impossibile”, ha detto Wong. I membri del Congresso in udienza hanno anche sottolineato l’importanza dello status speciale di Hong Kong in ambito commerciale. “Pechino beneficia dello status speciale di Hong Kong, uno status speciale che ha reso Hong Kong un centro finanziario internazionale basato sulle promesse che la Cina ha fatto al mondo riguardo alla città, promesse che ora non vogliono mantenere” ha dichiarato il senatore Marco Rubio, copresidente repubblicano della commissione.

La legge statunitense analizzata dalla Commissione è stata presentata in Senato e alla Camera a gennaio del 2019 e imporrebbe una revisione annuale del trattamento speciale che Washington offre a Hong Kong, compresi i privilegi commerciali. Nota come “Hong Kong Human Rights and Democracy Act”, la legge renderebbe anche i funzionari di Cina e Hong Kong, che hanno minato l’autonomia della città, passibili di sanzioni. In questo contesto, il capo dell’esecutivo della città, Carrie Lam, ha riferito, martedì 17 settembre, che la sua amministrazione convocherà alcune sessioni di discussione pubblica, a partire dalla prossima settimana, per cercare di avviare un dialogo con i manifestanti che stanno protestando in tutta la città.  

Lam ha aggiunto che le discussioni saranno quanto più aperte possibile, con tutti i membri del pubblico in grado di iscriversi per partecipare alla conversazione. “La società di Hong Kong ha davvero accumulato molte questioni economiche, sociali e persino politiche”, ha affernati ka Lam ai giornalisti durante un briefing. “Spero che queste diverse forme di dialogo possano fornirci una piattaforma su cui discutere”. Le questioni principali che l’esecutivo pensa di trattare in tali forum cittadini includono la difficoltà di trovare un’abitazione e la scarsità di suolo per costruirne. Tale problema è dovuto al fatto che Hong Kong è una delle città più densamente abitate al mondo, con ben 7,4 milioni di abitanti in una sola metropoli. In tale contesto, l’esecutivo comprende che i giovani siano particolarmente frustrati dal costo elevato delle case e dalla difficoltà di reperirne. 

Le mobilitazioni ad Hong Kong sono iniziate il 31 marzo e, dopo pochi mesi, si sono trasformate in una sfida contro il governo della città e contro l’influenza di Pechino. Oggi, sono diventate quotidiane e i leader delle proteste stanno cercando il supporto internazionale contro l’ingerenza cinese nella città semi-autonoma.  Il 15 settembre, i manifestanti hanno chiesto anche a Londra di dialogare con la Cina, per costringere Pechino a onorare la Dichiarazione congiunta sino-britannica del 1984, che stabiliva le condizioni per il ritorno di Hong Kong in Cina, nel 1997. In base all’accordo sottoscritto dalle Nazioni Unite, Hong Kong è una città cinese in un quadro noto come “un Paese, due sistemi” che garantisce una serie di libertà alla zona che non sono garantite nella Cina continentale.

Gli attivisti pro-democrazia hanno 4 richieste, oltre quella relativa al ritiro di una proposta di legge che permetteva l’estradizione in Cina, che l’esecutivo di Hong Kong ha cancellato definitivamente il 4 settembre. La prima riguarda l’avvio di una inchiesta indipendente su ciò che è accaduto nel corso delle proteste, sia in riferimento alla condotta dei manifestanti, ma sopratutto per quanto riguarda l’utilizzo della violenza da parte delle autorità. La seconda è quella di ottenere elezioni libere e democratiche, sul modello di Taiwan. La terza richiesta prevede invece l’abbandono del termine “rivolta” in riferimento alle manifestazioni in corso ad Hong Kong. Infine, gli attivisti chiedono che vengano annullati i capi d’accusa indirizzati contro coloro che fino ad ora sono stati arrestati. 

Scarica l’app gratuita di Sicurezza Internazionale da Apple Store o Google Play

Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.