Iran: l’attacco contro Aramco è un avvertimento

Pubblicato il 18 settembre 2019 alle 15:00 in Iran Medio Oriente USA e Canada

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Il presidente iraniano, Hassan Rouhani, ha affermato, mercoledì 18 settembre, che l’attacco contro gli impianti petroliferi della compagnia saudita Aramco, del 14 settembre scorso, possono essere giustificati e rappresentano un avvertimento da parte del popolo yemenita.

Per il presidente, si è trattato di “operazioni yemenite” che mirano ad invitare l’Arabia Saudita a porre fine al conflitto in Yemen. “Non hanno colpito un ospedale, una scuola o un mercato per suscitare rabbia ma hanno colpito un centro industriale per avvertirti e per far sì che impari la lezione” è stato riferito da Rouhani, il quale ha affermato di non volere intraprendere un conflitto nella regione ma la sua domanda è stata: “Chi ha iniziato la guerra?”. La risposta comprenderebbe Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, alcuni Paesi europei e l’entità sionista che, per il presidente iraniano, hanno innescato una guerra e distrutto lo Yemen. Ora, però, il popolo yemenita ha voluto esprimere la propria rabbia, in quanto “obbligato a rispondere alla violenza e al flusso di armi proveniente da Stati Uniti e Europa” e perché non si può non reagire in un quadro di legittima difesa, di fronte ad un Paese distrutto.

A detta di Rouhani, le accuse rivolte contro l’Iran da Washington, circa il suo coinvolgimento negli attacchi contro Aramco, sono infondate e mirano a fare pressione su Teheran. Tuttavia, il presidente ha evidenziato che, se davvero gli Stati Uniti vogliono negoziare con il proprio Paese, non sarà possibile dialogare in un contesto caratterizzato da sanzioni e pressioni.

Nella medesima cornice, il 18 settembre, l’Iran ha altresì annunciato di aver inviato un memorandum ufficiale agli Stati Uniti, mettendoli in guardia da qualsiasi eventuale misura che si intende intraprendere contro Teheran e ha negato ogni implicazione negli attacchi del 14 settembre. Il memorandum è stato inviato il 15 settembre all’ambasciata svizzera, posta alla salvaguardia degli interessi statunitensi in Iran. Oltre a respingere qualsiasi accusa, in tale documento, Teheran si è detta pronta a rispondere immediatamente a qualsiasi eventuale offensiva.

Allo stesso tempo, il capo della Casa Bianca, Donald Trump, ha dichiarato, il 17 settembre, di non desiderare un incontro con la controparte iraniana, così come si era previsto in precedenza. Nelle ultime settimane, alcune fonti avevano affermato che i due presidenti si sarebbero potuti incontrare in sede Onu, durante il prossimo incontro del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Tuttavia, di fronte alle accuse statunitensi sull’attacco in Arabia Saudita, anche la guida suprema dell’Iran, l’Ayatollah Khamenei, ha escluso la possibilità di un meeting, alla luce delle nuove crescenti tensioni.

Il 14 settembre scorso, due impianti petroliferi della compagnia saudita Aramco, situati nelle province di Abqaiq e Khurais, nell’Est dell’Arabia Saudita sono stati colpiti da raid aerei, rivendicati dal gruppo di ribelli sciiti Houthi. L’impianto di Abaiq tratta la materia prima dell’oleodotto più grande al mondo, il gigante Ghawar, e lo esporta a Juaymah e Ras Tanura, l’impianto di carico a largo della costa, anch’esso, a sua volta, il maggiore a livello internazionale.

Sebbene i ribelli abbiano dichiarato la propria responsabilità, gli Stati Uniti credono che sia l’Iran ad essere tra gli autori dell’attacco. In particolare, vi sarebbero prove che attestano la provenienza dei droni da una base iraniana, situata al confine con l’Iraq.

Il quadro delle relazioni Teheran- Washington è stato caratterizzato da un inasprimento delle tensioni a partire dall’8 maggio 2018, data in cui Trump ha deciso di ritirarsi dall’accordo sul nucleare ed ha imposto nuovamente sanzioni contro l’Iran. Tale mossa ha avuto come conseguenza una frattura dei rapporti tra le due parti, anche a causa degli eventuali danni all’economia iraniana. 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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