Brexit, Juncker: “Accordo molto improbabile”, UE vota a favore della proroga

Pubblicato il 18 settembre 2019 alle 18:35 in Europa UK

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Il Parlamento europeo ha votato, mercoledì 18 settembre, a favore di una ulteriore concessione di una proroga la Brexit, in caso di richiesta da parte di Londra e in presenza di determinate condizioni.

La votazione, secondo quanto reso noto da The Associated Press, è avvenuta in seguito al discorso del presidente della Commissione europea, Jean Claude Juncker, il quale ha dichiarato di ritenere “molto realistico” lo scenario del mancato raggiungimento di un accordo.

Nello specifico, nel suo discorso al parlamento, Juncker, il quale aveva incontrato Johnson lo scorso 16 settembre, ha dichiarato che l’uscita del Regno Unito dall’UE senza accordo di recesso “può essere la scelta di Londra, ma non sarà mai quella dell’UE”.

Dopo aver dibattuto per circa 3 ore, i parlamentari europei hanno quindi adottato una risoluzione non vincolante la quale supporta la concessione di una ulteriore proroga dei termini per la Brexit al Regno Unito. La risoluzione è stata votata a favore da 544 parlamentari, mentre in 126 si sono detti contrari e in 38 si sono astenuti.

Nella risoluzione approvata a Strasburgo, i parlamentari europei hanno inserito alcune condizioni, le quali prevedono che un’estensione potrà essere concessa in caso di presenza di giustificazioni specifiche, ad esempio per “evitare un’uscita senza un accordo, in caso di elezioni generali o di referendum, o di revoca dell’articolo 50”, ovvero la clausola sul backstop, “oppure in caso di approvazione dell’accordo già esistente”.

Il backstop era stato negoziato dall’ex premier, Theresa May, e prevede che la Gran Bretagna rimanga in un’unione doganale temporanea con l’UE dopo la Brexit, fino a soluzione migliore. Tale clausola impedirebbe il ritorno di un confine duro in Irlanda, unica frontiera terrestre tra Gran Bretagna e UE, misura duramente contrastata da Johnson in quanto renderebbe il Regno Unito dipendente dall’UE.

A tale riguardo, Juncker ha reso noto di non avere “vincoli sentimentali con il Backstop”, sebbene il presidente uscente della Commissione europea si sia detto in ogni caso legato all’obiettivo che tale clausola persegue, ovvero la prevenzione di un confine duro in grado di destabilizzare la pace in Irlanda del Nord. Per tale ragione, stando alle parole di Juncker, è stato chiesto “al premier britannico di avanzare proposte concrete, operative e in linea con ciò che possa consentire di raggiungere tali obiettivi”.

Nel frattempo, il governo britannico ha avuto modo di difendersi, mercoledì 18 settembre, dinanzi la Corte suprema che da ieri si trova a dover decidere se il premier, Boris Johnson, ha infranto la legge nel richiedere alla Regina la sospensione del Parlamento fino al 14 ottobre, solo due settimane prima dell’uscita programmata del Regno Unito dall’Unione Europea. Se il 17 settembre è stato il giorno che la Corte Suprema ha dedicato all’accusa, il secondo giorno del processo ha coinvolto il legale rappresentante del governo, James Eadie, il quale ha sostenuto che il Tribunale di Londra aveva correttamente giudicato la decisione di Johnson quale “politica” e non “di competenza della guistizia”.

Nel corso della propria arringa, Eadie ha ribadito “la natura intrinsecamente e fondamentalmente politica” della decisione di Johnson, aggiungendo che in caso di intervento da parte della Corte, questo costituirebbe una violazione “del principio costituzionale della separazione del potere giudiziario dall’esecutivo”.

Dei 12 giudici che compongono la Corte suprema, 11 sono coinvolti nell’emissione del giudizio, il quale giungerà a seguito del processo iniziato martedì 17 settembre e che si prevede duri per circa 3 giorni. Al termine del processo, servirà qualche giorno prima dell’emissione della sentenza da parte della Corte Suprema. Se vince il governo, le attività del Parlamento rimarranno sospese fino al 14 ottobre come da richiesta di Johnson. Se vince l’opposizione, i giudici della Corte Suprema possono ordinare la ripresa delle attività delle Camere.

Nel frattempo, i Paesi dell’Unione Europea stanno adottando una serie di misure volte a fronteggiare le conseguenze della Brexit.

La Polonia, nella persona del proprio ambasciatore a Londra, Arkady Rzegocki, ha inviato una lettera ai circa 832.000 cittadini polacchi che vivono nel Regno Unito, invitandoli a “prendere seriamente in considerazione” la possibilità di abbandonare il Paese e tornare nella propria nazione.

Tale lettera, ha spiegato Rzegocki, è stata inviata dopo che l’ambasciatore aveva scoperto che del totale dei cittadini polacchi che vivono nel Regno Unito, circa un quarto aveva provveduto a registrarsi tra coloro che sono intenzionati a rimanere in terra britannica dopo l’abbandono del blocco comunitario. Il processo di registrazione era stato previsto dal governo britannico per consentire ai cittadini che già risiedono nel Regno Unito di rimanere nel Paese, previa dimostrazione dell’effettiva permanenza negli scorsi 5 anni nel Paese.

Anche l’Italia rientra tra i Paesi che hanno adottato misure intente a fronteggiare le conseguenze della Brexit. Secondo quanto reso noto l’11 settembre dalla Presidenza del Consiglio dei ministri, “per seguire e coordinare le attività inerenti la Brexit e, in particolare, il negoziato sull’accordo di recesso e sul quadro delle future relazioni tra l’UE e il Regno Unito e le misure di preparazione e di emergenza per ogni scenario, incluso quello di un recesso senza accordo, il Governo italiano ha istituito a Palazzo Chigi una Task Force per la Brexit”.

La Task Force è principalmente incaricata di garantire, “anche con misure legislative”, la tutela dei cittadini italiani che vivono nel Regno Unito e viceversa, della stabilità finanziaria e “la promozione di un’adeguata preparazione delle imprese e la gestione di emergenze” settoriali, quali “trasporti, dogane, sanità, agricoltura, ricerca, istruzione e altri”.

Il Regno Unito ha assunto l’impegno di lasciare l’UE entro il 31 ottobre rinegoziando l’accordo precedentemente raggiunto tra Buxelles e l’ex premier, Theresa May, il quale era stato respinto per tre volte dai legislatori, oppure andando via senza aver concordato un accordo di recesso. Lunedì 9 settembre, però il Parlamento aveva ottenuto l’approvazione della regina sul disegno di legge che di fatto vieta l’uscita dall’UE senza un accordo. La legge approvata prevede che il primo ministro avrà tempo fino al 19 ottobre, ovvero 2 giorni dopo il vertice con l’Unione, per raggiungere un accordo con l’UE e farlo approvare dal Parlamento inglese o, in alternativa, ottenere il consenso dei deputati sull’uscita senza un accordo. Nel caso in cui ciò non avvenga entro il 19 ottobre, il premier dovrà a quel punto chiedere a Bruxelles un’estensione della scadenza per l’abbandono da parte del Regno Unito del blocco comunitario, prorogandola al 31 gennaio 2020, sempre se l’Unione non propone una data alternativa. In caso contrario, il premier avrà 2 giorni di tempo per accettare la nuova scadenza, che però potrà nel frattempo essere rigettata dai membri del Parlamento.

 

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Jasmine Ceremigna

di Redazione

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