Arabia Saudita partecipa alla missione navale USA mentre le indagini proseguono

Pubblicato il 18 settembre 2019 alle 9:09 in Arabia Saudita Medio Oriente USA e Canada

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Il Ministero della Difesa dell’Arabia Saudita ha annunciato, mercoledì 18 settembre, che il Regno prenderà parte alla coalizione a guida statunitense, volta a garantire la sicurezza e la libertà di navigazione nelle acque del Golfo e dello Stretto di Hormuz.

Si tratta della cosiddetta “Operazione sentinella”, ovvero un’iniziativa del Comando centrale americano, sostenuta con forza dal nuovo segretario alla Difesa, Mark Esper, volta a promuovere la sicurezza marittima e a garantire un passaggio sicuro alle navi che attraversano lo Stretto di Hormuz, il Golfo Persico, il Golfo di Oman e lo Stretto di Bab el-Mandeb. Non da ultimo, l’alleanza mira a proteggere non solo il commercio internazionale ma anche gli interessi dei Paesi membri della coalizione. Per Washington, tale alleanza rappresenterà altresì un modo per affrontare la minaccia iraniana in un’area strategica.

L’adesione del Regno saudita alla missione internazionale mira a sostenere gli sforzi profusi a livello regionale e internazionale per affrontare le minacce alla navigazione marittima e al commercio globale, oltre a garantire la sicurezza energetica globale, attraverso un flusso continuo di risorse energetiche all’economia globale, e contribuire al mantenimento della pace.

La missione ha già visto l’adesione di altri Paesi, tra cui Israele, Regno Unito, Australia e Bahrein, sede del quartier generale. Da parte sua, il ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif, ha sottolineato che qualsiasi presenza navale e ingerenza estera nel Golfo rappresenta una “fonte di insicurezza” per l’Iran e che, pertanto, Teheran agirà di conseguenza per preservare la propria stabilità.   

In tale quadro, il ripristino della libertà di traffico attraverso lo Stretto di Hormuz è di importanza fondamentale per gli approvvigionamenti energetici mondiali, poiché un quinto di tutte le esportazioni di greggio globale passa per lo strategico canale, situato tra l’Oman e l’Iran. A sua volta, la partecipazione dell’Arabia Saudita giunge in un momento teso per il Paese, segnato dagli attacchi del 14 settembre scorso. In tale data, due impianti petroliferi della compagnia saudita Aramco, situati nelle province di Abqaiq e Khurais, nell’Est dell’Arabia Saudita sono stati colpiti da raid aerei, rivendicati dal gruppo di ribelli sciiti Houthi. L’impianto di Abaiq tratta la materia prima dell’oleodotto più grande al mondo, il gigante Ghawar, e lo esporta a Juaymah e Ras Tanura, l’impianto di carico a largo della costa, anch’esso, a sua volta, il maggiore a livello internazionale.

Gli Stati Uniti si sono uniti alle indagini volte a stabilire il reale responsabile degli attacchi, che si pensa essere l’Iran. A tal proposito, il vicepresidente degli USA, Mike Pence, ha dichiarato, il 17 settembre, che il suo Paese è pronto a difendere gli interessi degli Stati Uniti e dei propri alleati in Medio Oriente. A detta del vicepresidente, se Teheran sta compiendo tali attacchi con lo scopo di fare pressione su Washington e costringerlo a ridurre le proprie sanzioni, si tratta di un tentativo destinato a fallire.

“Stiamo valutando le prove e consultando i nostri alleati. Il presidente determinerà il miglior modo di agire nei prossimi giorni” sono state le parole di Pence. Secondo una fonte vicina alle indagini, investigatori sauditi e statunitensi hanno determinato un livello molto alto di probabilità circa la provenienza iraniana dell’attacco. In particolare, droni e missili da crociera sarebbero partiti da una base iraniana, situata vicino al confine con l’Iraq. Dopo aver volato a bassa quota sull’Iraq meridionale, i droni sarebbero poi passati per il Kuwait, fino a raggiungere i propri obiettivi in Arabia Saudita.

Dal canto suo, il sovrano saudita, Salman bin Abdulaziz, in una riunione del Consiglio dei ministri del 18 settembre, ha affermato che il proprio Paese dispone delle capacità necessarie per affrontare tali attacchi e che, pertanto, il Regno difenderà i propri territori e le strutture vitali. Per il Consiglio saudita, gli attacchi del 14 settembre rappresentano una continuazione di offensive precedenti, volte a colpire infrastrutture, oleodotti e stabilimenti della compagnia Aramco, impiegando armi iraniane.

Da parte sua, il ministro degli Esteri iraniano ha dichiarato in un tweet, il 18 settembre, che gli Stati Uniti stanno negando la realtà, in quanto si rifiutano di credere che l’attacco alle installazioni petrolifere saudite sia stato lanciato dallo Yemen e non dall’Iran. Per Zarif, Washington ignora il fatto che le vittime yemenite di quattro anni e mezzo di atroci crimini di guerra faranno il possibile per lanciare contrattacchi.

La guerra civile in Yemen è scoppiata il 19 marzo 2015, data in cui gli Houthi hanno lanciato un’offensiva per estendere il loro controllo nelle province meridionali. I gruppi che si contrappongono nel conflitto sono da un lato i ribelli sciiti, che controllano la capitale Sana’a, alleati con le forze fedeli all’ex presidente Ali Abdullah Saleh e sostenuti dall’Iran e dalle milizie di Hezbollah. Dall’altro lato, vi sono le forze fedeli al presidente yemenita, Rabbu Mansour Hadi, l’unico riconosciuto dalla comunità internazionale. L’Arabia Saudita è intervenuta nel conflitto per sostenere Hadi, il 26 marzo 2015, a capo di una coalizione formata anche da Emirati Arabi Uniti, Marocco, Egitto, Sudan, Giordania, Kuwait, Bahrain e Qatar e sostenuta, a sua volta, dagli Stati Uniti.

Negli ultimi mesi, le offensive si sono intensificate, con attacchi aerei e per mezzo di droni, sia sul territorio yemenita, sia in luoghi chiave per gli interessi sauditi in altre regioni. La coalizione araba, il 29 maggio, ha lanciato un’operazione militare con l’obiettivo di neutralizzare le capacità offensive degli Houthi. Tuttavia, nei quattro anni del conflitto yemenita, i ribelli sciiti sono riusciti a sviluppare sistemi missilistici, divenuti armi strategiche in grado di minacciare l’intera area del Golfo.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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