Arabia Saudita: Germania estende l’embargo sulle armi per altri 6 mesi, UK confessa vendita

Pubblicato il 18 settembre 2019 alle 16:38 in Arabia Saudita Germania UK

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La Germania ha deciso di prorogare l’embargo sulla vendita di armi all’Arabia Saudita per altri 6 mesi.

È quanto reso noto da un portavoce del governo tedesco, mercoledì 18 settembre, il quale ha altresì specificato che l’embargo rimarrà valido fino al 31 marzo 2020.

Secondo quanto annunciato, la decisione di Berlino di prolungare la durata dell’embargo sulla vendita di armi dipende direttamente dagli sviluppi della guerra in Yemen, vista dai tedeschi quale guerra per procura tra Arabia Saudita e Iran.

Solo il giorno precedente l’annuncio, la cancelliera tedesca, Angela Merkel, aveva preannunciato di avere intenzione di prolungare le sanzioni applicate dalla Germania nel 2018 a tutti i Paesi coinvolti nella guerra in Yemen, in seguito all’uccisione del giornalista saudita Jamal Khashoggi.

Nello specifico, la cancelliera della Germania aveva rivelato, in seguito all’incontro con il re della Giordania, Abdullah II, avvenuto a Berlino il 17 settembre, di non vedere alcuna ragione per porre fine all’embargo sulla vendita di armi ai sauditi, in merito al quale non vi sono “le condizioni in grado di far cambiare la posizione del governo”.

Le parole di Merkel giungevano a due giorni di distanza dagli attacchi a due impianti petroliferi della compagnia saudita Aramco, situati nelle province di Abqaiq e Khurais, nell’Est dell’Arabia Saudita, i quali erano stati colpiti da raid aerei. Tali attacchi erano in seguito stati rivendicati dal gruppo di ribelli sciiti Houthi e duramente condannati dalla Germania.

Secondo quanto evidenziato dal Bloomberg, l’embargo della Germania sulle esportazioni di armi ai sauditi ha causato un calo delle esportazioni a livello europeo, danneggiando principalmente Francia e Regno Unito che più volte hanno mostrato il proprio scontento, sebbene siano state applicate alcune eccezioni in caso di vendite congiunte con altri Paesi.

A tale riguardo, in Regno Unito, il segretario di Stato al commercio internazionale, Liz Truss, ha presentato, lo scorso 16 settembre, le proprie scuse dinanzi a una corte per aver infranto per 2 volte la promessa del governo di non esportare ai sauditi merce in grado di essere utilizzata nel conflitto in Yemen. Tale promessa risale al mese di giugno, quando il Consiglio dei ministri britannico aveva annunciato di bloccare le esportazioni in risposta all’azione legale di alcuni attivisti contro la decisione inglese di non applicare l’embargo.

Nello specifico, gli attivisti facevano riferimento alla legge inglese che vieta la vendita di armi in caso di sussistenza di un “chiaro rischio” dell’utilizzo di tali equipaggiamenti “in serie violazioni del diritto internazionale umanitario”. In seguito all’appello degli attivisti, la corte inglese aveva deciso di sottoporre a revisione le esportazioni, senza tuttavia sospenderle. Il predecessore di Truss, però, Liam Fox, aveva a quel punto assicurato agli attivisti che il governo non avrebbe più approvato vendite ai sauditi.

Nonostante l’impegno assunto nel mese di giugno, il 16 settembre Truss ha confessato che nel mese di luglio il Regno Unito ha venduto oltre 500.000 dollari di apparecchi radiofonici e circa 250.000 dollari di ventole refrigeranti all’esercito saudita. Tale vendita, ha commentato Truss, è stata “accidentale” e, per tale ragione, è stata avviata un’inchiesta interna per individuare l’eventuale presenza di ulteriori vendite.

Da parte sua, Truss ha dichiarato di aver notato la vendita ai sauditi nel corso di un’analisi di routine delle statistiche delle esportazioni. Gli attivisti, invece, rappresentati da Andrew Smith, hanno dichiarato di “aver sempre ascoltato la retorica del rigore e della robustezza dei controlli del Regno Unito sulle proprie esportazioni di armi, ma ciò che è accaduto dimostra che ciò non può neanche avvicinarsi alla verità”.

La guerra civile in Yemen è scoppiata il 19 marzo 2015, data in cui gli Houthi hanno lanciato un’offensiva per estendere il loro controllo nelle province meridionali. I gruppi che si contrappongono nel conflitto sono, da un lato, i ribelli sciiti, che controllano la capitale Sanaa, alleati con le forze fedeli all’ex presidente Ali Abdullah Saleh e sostenuti dall’Iran e dalle milizie di Hezbollah; dall’altro lato, vi sono le forze fedeli al presidente yemenita, Rabbo Mansour Hadi, l’unico riconosciuto dalla comunità internazionale. L’Arabia Saudita è intervenuta nel conflitto per sostenere Hadi, il 26 marzo 2015, a capo di una coalizione formata anche da Emirati Arabi Uniti, Marocco, Egitto, Sudan, Giordania, Kuwait, Bahrain e Qatar e sostenuta, a sua volta, dagli Stati Uniti. Il conflitto nel Paese è considerato nella regione mediorientale una guerra per procura (dall’inglese, proxy war) disputata tra l’Arabia Saudita e l’Iran. Tuttavia, gli Houthi hanno sempre respinto l’accusa di prendere ordini da Teheran, e si dicono in rivolta contro la corruzione statale.

Finora, da quanto hanno riferito le Nazioni Unite e alcune agenzie di monitoraggio e gruppi umanitari, la guerra civile yemenita ha causato la morte di oltre 10.000 persone, e ha esacerbato una carestia nazionale spingendo il Paese sull’orlo di una grave crisi umanitaria.

 

 

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Jasmine Ceremigna

di Redazione

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