Francia: promessi 60 milioni di euro per la ricostruzione del Sudan

Pubblicato il 17 settembre 2019 alle 14:38 in Francia Sudan

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La Francia donerà 60 milioni di euro al Sudan per aiutare la transizione verso la democrazia. Il finanziamento, annunciato dal ministro degli Esteri francese, Jean-Yves Le Drian, potrebbe favorire la rivalsa di Khartoum all’interno del panorama internazionale, dopo che per anni ne è rimasto escluso a causa dell’inserimento nella lista americana di Stati sponsor del terrorismo, nell’agosto 1993. Inoltre, l’offerta servirà ad affrontare il debito estero del Sudan, grave preoccupazione del nuovo esecutivo presieduto dal primo ministro Abdalla Hamdok.

“Siamo in un nuovo Sudan, un Sudan che si trova in un momento storico fondamentale e la Francia è al fianco di questo nuovo Sudan”, ha dichiarato il ministro Le Drian in conferenza stampa. Arrivato a Khartoum lunedì 16 settembre, il ministro degli Esteri francese ha incontrato la sua controparte sudanese, Asmaa Abdallah. Il colloquio tra i due si è incentrato sulle priorità che il nuovo governo del Sudan si sta preparando ad affrontare e sulla necessità di arginare la crisi economica che, nel dicembre 2018, aveva scatenato le proteste contro la presidenza di Omar al-Bashir. “Abbiamo deciso di impegnare 60 milioni di euro, di cui 15 da versare nell’immediato, per aiutare la transizione del Sudan e la sua rivoluzione pacifica”, ha dichiarato Le Drian. “Vorremmo anche accompagnare il Paese africano sulla strada della reintegrazione nella comunità internazionale e vorremmo favorire la rapida conclusione dell’accordo di pace con tutti i gruppi ribelli”.

La Francia, dunque, mira a fare pressione sugli altri partner europei affinché Khartoum venga rimosso dalla lista di Stati sponsor del terrorismo, redatta dagli Stati Uniti. L’inserimento del Paese, che risale agli anni di dominio di al-Bashir, impedisce al Sudan di ricevere aiuti finanziari da parte delle organizzazioni economiche internazionali. “Gli impegni presi, il modo in cui l’esercito ha compreso il suo ruolo durante questo periodo, tutto indica l’uscita del Sudan da questa lista”, ha detto Le Drian. “Aiuteremo il Paese a normalizzare le relazioni con le istituzioni finanziarie internazionali e ad avanzare nel processo che gli permetterà di ottenere un trattamento specifico per il suo debito estero”, ha aggiunto.

Il nuovo primo ministro del Sudan, Abdalla Hamdok, ha prestato giuramento, mercoledì 21 agosto, come leader del governo di transizione, promettendo di riportare la stabilità a livello nazionale, risolvere la crisi economica e garantire una pace duratura. Il capo del deposto Consiglio militare, Abdel Fattah al-Burhan, ha invece assunto il ruolo di presidente del Consiglio Sovrano, l’organo che gestirà il Paese per 3 anni e 3 mesi fino a nuove elezioni. Tale organismo è composto da 10 membri, 5 nominati dai militari e 5 dai civili, più 1 che viene designato di comune accordo tra le parti. L’accordo di pace tra civili e militari è stato firmato il 17 luglio e promette di guidare la transizione pacifica verso la democrazia mettendo fine ai conflitti in corso e cercando di soddisfare le richieste dei cittadini, desiderosi di una svolta politica dopo anni di governo autoritario da parte dell’ex presidente Omar al-Bashir.

Uno degli obiettivi prioritari del nuovo premier è quello di riportare al più presto la pace e la stabilità in Sudan, condizione che permetterebbe anche la rimozione del Paese dalla lista americana degli Stati sponsor del terrorismo. La nazione africana è teatro tuttora di diversi conflitti interni, che interessano principalmente le zone del Darfur, del Nilo Blu e del Kordofan meridionale. Le forze militari e paramilitari sudanesi sono state accusate ripetutamente di crimini di guerra e violazioni dei diritti umani in quelle aree. Il nuovo governo di transizione, nato il 7 settembre dall’ accordo di condivisione dei poteri tra la fazione civile e quella militare del Sudan, ha espresso tutto il suo impegno nel cercare di risolvere le dispute nei primi 6 mesi del suo operato. Hamdok ha ribadito anche in prima persona quest’intenzione e ha sottolineato che una ridotta spesa militare, favorita dal ripristino della pace, potrebbe altresì stabilizzare l’economia del Paese, attualmente in sofferenza.

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Chiara Gentili

di Redazione

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