Corea del Sud investe in un sistema di difesa aerea contro i droni

Pubblicato il 17 settembre 2019 alle 11:20 in Corea del Nord Corea del Sud

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La Corea del Sud investirà circa 74 milioni di dollari per sviluppare, entro il 2023, un sistema di difesa aerea in grado di rilevare e distruggere droni, per difendersi dagli attacchi della Corea del Nord.

Il sistema, noto con il nome Block-I, è stato progettato per tracciare e distruggere piccoli droni e altri velivoli a distanza ravvicinata, secondo quanto ha affermato la Defense Acquisition Program Administration (DAPA), la sezione del governo della Corea del Sud che si occupa di Difesa. “Miriamo a migliorare il sistema in modo che alla fine sia in grado di intercettare un aereo da combattimento e un satellite”, ha dichiarato Song Chang-joon, un alto funzionario del DAPA. Il 2 maggio 2017, un drone nordcoreano era stato trovato nel territorio di confine tra i due Paesi asiatici. Circa 550 fotografie del sito dove si stava costruendo un sistema di difesa antimissilistico statunitense, scattate con una videocamera integrata, erano state recuperate dal velivolo in tale occasione. La decisione di proteggere il Paese con un anti-drone fa parte di una spinta sudcoreana verso una modernizzazione in campo militare, nonostante i tentativi di disinnescare le tensioni con la Corea del Nord, attraverso uno sforzo diplomatico.  

Nel 2018, le spese militari della Corea del Sud hanno raggiunto i 43,1 miliardi di dollari, con un aumento del 7% rispetto al 2017, secondo quanto riferito dal quotidiano Al-Jazeera English. Si tratta dell’aumento più consistente dal 2009, anno in cui la crescita era pari all’8,7%. La militarizzazione di entrambi i lati del confine tra i due Paesi non è un buon presagio per i colloqui in atto tra le parti, mediati dagli Stati Uniti. I recenti lanci di missili a corto raggio, effettuati dalla Corea del Nord, sono considerati necessari da Pyongyang per difendersi dai nuovi equipaggiamenti della Corea del Sud. Il 4 settembre, i media statali nordcoreani hanno riferito che il leader Kim Jong Un aveva supervisionato personalmente il test di un grande sistema a più missili, secondo gli analisti della Corea del Sud. Il 6 settembre, inoltre, l’agenzia di stampa statale nordcoreana, la KCNA, ha affermato che la ricerca da parte della Corea del Sud di nuovi sistemi di armamento è un “imperdonabile atto di perfidia” che rischia di minare la pace nella penisola. Da parte sua, il Ministero della Difesa Nazionale (MND) della Corea del Sud non ha voluto commentare tale dichiarazione.

Entro il 2023, il bilancio dedicato al “potenziamento della forza armata” rappresenterà oltre il 36% della spesa totale per la Difesa, rispetto al 31% di quest’anno, secondo il Libro bianco sulla Difesa sudcoreano del 2018. Si prevede che la portaerei trasporterà jet da combattimento stealth F-35B con la funzione atterraggio verticale. Tra le altre armi che Seoul ha intenzione di acquisire vi sono: i nuovi sistemi di difesa antimissilistica, altri 3 cacciatorpedinieri equipaggiati con il sistema radar Aegis, satelliti spia e droni da ricognizione d’alta quota, elicotteri antisommergibile, aeromobili di pattugliamento marittimo, sottomarini in grado di lanciare missili da crociera e balistici, una nave da guerra armata di missili telecomandati.

Nel 2017, la Corea del Nord ha eseguito una serie di test missilistici nucleari che hanno fatto crescere la preoccupazione a livello internazionale. Il 4 e il 28 luglio 2017, Pyongyang aveva lanciato i suoi primi due missili balistici intercontinentali, il 3 settembre, aveva sperimentato una bomba all’idrogeno e, il 29 novembre, aveva dichiarato di aver miniaturizzato i suoi dispositivi militari, per renderli idonei a lanciare un missile nucleare contro gli Stati Uniti. Per tentare di fermare tale sviluppo, le Nazioni Unite e gli Stati Uniti avevano più volte imposto una serie di sanzioni sempre più restrittive su Pyongyang, limitandone le importazioni e le esportazioni in numerosi settori, fra i quali quello del petrolio, tentando così di convincere le autorità del Paese a sedersi al tavolo delle trattative.

Il primo storico summit tra il leader nordcoreano, Kim Jong-un, e il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, si è verificato il 12 giugno 2018 a Singapore. L’incontro si era concluso con una promessa reciproca di collaborazione al fine di smantellare il programma nucleare della potenza asiatica, sospendere il regime sanzionatorio e cominciare un processo di pace nella regione. Tuttavia, i progressi da allora sono stati irregolari. In occasione del secondo incontro tra i due vertici, avvenuto il 28 febbraio dell’anno successivo, a Hanoi, i colloqui tra le due parti erano crollati inaspettatamente a causa di un disaccordo sulle sanzioni economiche. Trump e Kim, accompagnati dalle rispettive delegazioni avevano lasciato il loro sito di incontro nella capitale del Vietnam senza sedersi per un pranzo programmato o partecipare a una cerimonia di firma. 

La Corea del Nord ha poi dichiarato, il 9 settembre, di voler riavviare i colloqui con gli Stati Uniti entro la fine del mese, ma ha avvertito che i rapporti tra le parti potrebbero concludersi definitivamente, a meno che Washington non adotti un nuovo approccio. Tuttavia, poche ore dopo, Pyongyang ha effettuato il lancio di una nuova serie di missili a corto raggio. Nonostante ciò, il 12 settembre, parlando a Pechino, il massimo diplomatico del governo cinese, il consigliere di Stato, Wang Yi, ha affermato che la Cina ha accolto con favore i recenti “segnali positivi” della Corea del Nord sulla ripresa dei colloqui con gli Stati Uniti. “Saremo lieti di vedere la Corea del Nord e gli Stati Uniti riprendere i colloqui entro la fine del mese”, ha dichiarato Wang in una conferenza stampa congiunta con il ministro degli Esteri malese. 

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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