Attacchi contro Aramco: le dichiarazioni di Trump e l’impatto sull’economia

Pubblicato il 17 settembre 2019 alle 11:49 in Arabia Saudita USA e Canada

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Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha nuovamente affermato, il 16 settembre, che l’Iran potrebbe essere tra i responsabili dell’attacco contro due impianti petroliferi della compagnia saudita Aramco. Tuttavia, Washington non desidera una guerra con Teheran.

In un momento in cui investigatori statunitensi hanno continuato a raccogliere prove sull’attacco del 14 settembre in Arabia Saudita, Trump ha evidenziato il diritto all’autodifesa da parte di tale Paese ed ha ribadito il proprio sostegno, sebbene in cambio di denaro. Circa la responsabilità dell’Iran, il capo della Casa Bianca ha dichiarato che, nonostante il suo Paese abbia uno degli eserciti più forti al mondo, non vuole intraprendere un conflitto sul campo ma continuare sulla strada della diplomazia.

Il presidente statunitense ha altresì parlato del crescente aumento dei prezzi del petrolio, a seguito dell’attacco, ed ha nuovamente affermato che gli USA posseggono delle riserve petrolifere da poter mettere a disposizione per far sì che la quantità di petrolio a livello mondiale non subisca gravi perdite. Tuttavia, Trump ha altresì esortato gli altri Paesi ad aumentare le proprie capacità produttive, riducendo, al contempo, i prezzi.

Gli attacchi via cielo del 14 settembre, rivendicati successivamente dal gruppo di ribelli sciiti Houthi, hanno colpito due impianti petroliferi Aramco, situati nelle province di Abqaiq e Khurais, nell’Est dell’Arabia Saudita. Abqaiq si trova a circa 60 km a Sud-Ovest dal quartier generale di Aramco, nella provincia saudita di Dhahran. Tale impianto di raffinazione di greggio tratta la materia prima dell’oleodotto più grande al mondo, il gigante Ghawar, e lo esporta a Juaymah e Ras Tanura, l’impianto di carico a largo della costa, anch’esso, a sua volta, il maggiore a livello internazionale.

Il 16 settembre, è stato rivelato che investigatori militari statunitensi sono giunti sul luogo dell’attacco, presso la struttura di Abqaiq, per raccogliere informazioni sulle armi utilizzate. In particolare, le indagini sono partite dal presupposto che i missili da crociera utilizzati, che si è scoperto essere di produzione iraniana, non provenivano dallo Yemen bensì dall’Iraq. Tale supposizione si basa sulla valutazione iniziale, secondo cui 15 edifici ad Abqaiq sono stati danneggiati sui lati occidentale e Nord-occidentale, e non sulle facciate meridionali come previsto se l’attacco fosse partito dallo Yemen.

Anche l’ambasciatrice statunitense alle Nazioni Unite, Kelly Craft, ha affermato, in una sessione del Consiglio di sicurezza sullo Yemen, che, nonostante gli Houthi abbiano rivendicato gli attacchi contro Aramco, in realtà non vi sono prove che confermino la provenienza yemenita. È stato altresì aggiunto che Washington possiede dati che dimostrano la responsabilità dell’Iran.

A Riad, il Ministero degli Esteri saudita ha affermato che il Regno inviterà esperti a livello internazionale, alcuni delle Nazioni Unite, a prendere parte alle indagini sull’attacco contro gli stabilimenti di Aramco e ha esortato il mondo intero a condannare i responsabili. In un comunicato, il Ministero saudita ha reso noto che un’indagine preliminare ha mostrato l’uso di armi iraniane durante l’attacco. Un attacco che ha fermato più della metà della produzione petrolifera dell’Arabia Saudita e che ha danneggiato la più grande raffineria del mondo. “Il Regno afferma con fermezza di essere in grado di difendere il suo territorio ed il suo popolo e di saper rispondere con forza a quegli attacchi” è stato altresì dichiarato.

Dal canto suo, il presidente iraniano, Hassan Rouhani, ha affermato che gli attacchi contro Aramco costituiscono una risposta da parte del popolo yemenita ed un esercizio legittimo del proprio diritto all’autodifesa.

Il Regno saudita è il maggiore esportatore di petrolio al mondo ed esporta oltre 7 milioni di barili al giorno. Khurais è il più grande impianto di stabilizzazione del greggio al mondo e produce 1.5 milioni di barili al giorno, mentre Abqaiq contribuisce a produrre fino a 7 milioni di barili al giorno. L’attacco alle strutture petrolifere saudite ha interrotto la produzione di circa 5.7 milioni di barili di greggio giornalieri e ha spinto al rialzo i prezzi mondiali. Un’interruzione prolungata, di oltre il 5% delle forniture globali di petrolio, secondo i livelli attuali, potrebbe portare a un aumento dei prezzi del carburante per i consumatori.

Nella giornata del 16 settembre, i future sul greggio Brent sono aumentati di oltre il 19%, giungendo a 71,95 dollari al barile, mentre i future sul greggio USA sono aumentati di oltre il 15%, con un valore di 63,34 dollari al barile. Secondo una fonte di Aramco, il ritorno ai livelli di produzione di petrolio precedenti all’attacco potrebbe richiedere settimane e non giorni.

L’Arabia Saudita ha dichiarato che continuerà le sue normali esportazioni questa settimana attingendo a scorte, ma alcune consegne sono state interrotte. Non da ultimo, alcune petroliere dirette verso il Regno hanno cambiato rotta e a diversi acquirenti è stato chiesto di rivolgersi verso altre risorse. Inoltre, un oleodotto che raggiunge anche il Bahrein è stato, al momento, chiuso.

Gli scontri tra i ribelli sciiti e l’Arabia Saudita si inseriscono nel quadro della guerra civile in Yemen, scoppiata il 19 marzo 2015, data in cui gli Houthi hanno lanciato un’offensiva per estendere il loro controllo nelle province meridionali. I gruppi che si contrappongono nel conflitto sono da un lato i ribelli sciiti, che controllano la capitale Sana’a, alleati con le forze fedeli all’ex presidente Ali Abdullah Saleh e sostenuti dall’Iran e dalle milizie di Hezbollah. Dall’altro lato, vi sono le forze fedeli al presidente yemenita, Rabbu Mansour Hadi, l’unico riconosciuto dalla comunità internazionale. L’Arabia Saudita è intervenuta nel conflitto per sostenere Hadi, il 26 marzo 2015, a capo di una coalizione formata anche da Emirati Arabi Uniti, Marocco, Egitto, Sudan, Giordania, Kuwait, Bahrain e Qatar e sostenuta, a sua volta, dagli Stati Uniti.

 

 

 

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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