Russia, Iran e Turchia si incontrano ad Ankara per discutere della crisi siriana

Pubblicato il 16 settembre 2019 alle 11:26 in Siria Turchia

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Il presidente della Turchia, Recep Tayyip Erdogan, ospiterà i suoi omologhi Vladimir Putin e Hassan Rouhani ad Ankara, per discutere degli sviluppi nella guerra in Siria, dove le forze governative appoggiate da Mosca proseguono con un’offensiva per riconquistare Idlib, l’ultima roccaforte dei ribelli.

Erdogan, Putin e Rouhani si incontreranno nel quinto colloquio trilaterale dal 2017 sulla situazione in Siria. A seguito dell’incontro, i presidenti parleranno ai giornalisti in una conferenza stampa di chiusura e presenteranno una dichiarazione congiunta. L’Iran e la Russia sono stati convinti sostenitori del presidente siriano, Bashar al-Assad, che dal 15 marzo 2011 ha gestito, con episodi di estrema repressione, la rivoluzione e la successiva crisi siriana. Gli alleati russi e iraniani hanno aiutato Assad a riprendere il controllo della maggior parte del territorio. La Turchia, da parte sua, ha spesso sostenuto fazioni ribelli, in funzione anti-curda.

Con la progressiva vittoria del regime di Assad, la priorità di Ankara è diventata prevenire un afflusso massiccio di rifugiati da Idlib in Turchia. Sin dalla fine del mese di aprile 2019, la provincia di Idlib e le aree adiacenti, nel Nord-Ovest del Paese, hanno assistito ad un’escalation di bombardamenti da parte di Siria e Russia, cui si aggiungono i violenti combattimenti concentrati nell’area settentrionale di Hama. La Turchia, che ha accolto circa 3,6 milioni di rifugiati siriani fuggiti nel corsi degli 8 anni di guerra civile, spera di rimpatriare 1 milione di rifugiati nella Siria settentrionale. 

Dopo circa quattro mesi di combattimenti e 950 civili morti, il 30 agosto, l’esercito russo aveva reso noto di aver accettato un cessate il fuoco unilaterale nella regione Nord-occidentale di Idlib, che avrebbe rispettato anche il regime siriano a partire dalla mattina di sabato 31 agosto. Si tratta di una regione con postazioni strategiche, in cui l’esercito siro-russo sta cercando di riguadagnare terreno attraverso operazioni via terra.

In tale area, un accordo per l’istituzione di una cosiddetta “safe zone” è stato siglato lo scorso 7 agosto, dopo 3 giorni di intensi negoziati tra funzionari turchi e statunitensi, ad Ankara. Il 14 agosto, la Turchia aveva comunicato di essere impegnata nella creazione di un centro operativo, con sede a Şanlıurfa, nel Sud-Est della Turchia, necessario come base per le operazioni di pattuglia. Una delegazione americana era poi arrivata a Saliurfa, il 12 agosto, per partecipare agli sforzi di Ankara.

L’intesa USA-Turchia, secondo fonti turche, deriva dalla preoccupazione di Washington di una grave azione militare unilaterale turca. Tuttavia, sono ancora sconosciuti diversi dettagli importanti sulla realizzazione della zona, come la sua estensione e la struttura del commando congiunto che dovrà operare nell’area. Probabilmente, gli USA invieranno 90 soldati e le attività vere e proprie del centro avranno inizio nel mese di settembre. Ankara, da parte sua, ha deciso di collaborare con gli Stati Uniti nell’area per limitare l’azione delle People’s Protection Units, altresì note come YPG. Queste fanno parte dell’Esercito di Liberazione Siriano (SDF) e sono state supportate da Washington nella lotta contro l’ISIS.

La Turchia accusa le YPG di avere legami con il PKK, il Partito dei Lavoratori curdi, che combatte per la creazione di uno Stato indipendente nel Sud-Est della Turchia, sin dal 1978. Pertanto, si è più volte impegnata per evitare che i curdi siriani riuscissero ad esercitare il controllo sul territorio vicino al suo confine. Dall’altro lato, i combattenti curdi delle SDF sono un partner chiave della coalizione internazionale per la lotta contro l’ISIS e hanno contribuito alla sconfitta dello Stato Islamico in vaste aree della Siria Nord-orientale. 

Sin dall’11 gennaio 2019, le forze statunitensi si sono ritirate dalla Siria, dopo l’annuncio del capo della Casa Bianca, Donald Trump, del 19 dicembre 2018. Tale decisione ha spinto i leader curdi a fare appello alla Russia e agli altri alleati di Damasco, invitandoli ad inviare forze militari lungo il confine per proteggere preventivamente le YPG dalla minaccia di un’offensiva delle truppe governative turche. 

In tale quadro, il 4 agosto, il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, aveva annunciato che Ankara avrebbe avviato un’operazione militare in un’area controllata dai curdi, a Est del fiume Eufrate, nella Siria settentrionale. Erdogan aveva specificato che sarebbe stata la terza operazione avviata dalla Turchia all’interno dei confini siriani, negli ultimi 3 anni, volta a cacciare le milizie curde dalle zone limitrofe ai confini turchi. L’intervento degli Stati Uniti, che avevano promesso di aumentare gli sforzi diplomatici con Ankara, hanno scongiurato tale offensiva. 

Con questo ultimo colloquio, l’intervento di Russia, Iran e Turchia vorrebbe assicurare un futuro più stabile per la Siria. La presidenza turca ha riferito che i leader dei tre Paesi, il 16 settembre, “assicureranno le condizioni necessarie per il ritorno volontario dei rifugiati e discuteranno i passi comuni da intraprendere in futuro allo scopo di raggiungere una soluzione politica duratura per la Siria”. Mosca è ansiosa di vedere i progressi nell’istituzione di un comitato costituzionale per supervisionare la prossima fase dell’insediamento politico in Siria. Questa sarebbe considerata una buona vittoria politica per Mosca, secondo gli analisti dell’International Crisis Group.

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Maria Grazia Rutigliano

 

di Redazione

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