Repubblica Centrafricana: 23 morti in una nuova ondata di violenza

Pubblicato il 16 settembre 2019 alle 12:23 in Africa Repubblica Centrafricana

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Almeno 23 persone sono morte in seguito a violenti combattimenti avvenuti in Repubblica Centrafricana, nella regione orientale di Birao. La missione di peacekeeping delle Nazioni Unite attiva nel Paese (MINUSCA) ha riferito che le uccisioni sono state il risultato di scontri tra gruppi armati rivali. Al centro della disputa ci sono il Fronte Popolare per la Rinascita della Repubblica Centrafricana e il Movimento di combattenti per la Giustizia e la Libertà centrafricana, che a inizio mese si erano già scontrati sempre a Birao, vicino al confine con il Sudan.

In una dichiarazione, rilasciata domenica 15 settembre, il portavoce di MINUSCA, Vladimir Monteiro, ha riferito che “la situazione rimane tesa anche se i combattimenti si sono placati”. L’uomo ha poi aggiunto che un operatore della missione è stato leggermente ferito, ma non ha fornito ulteriori dettagli sull’identità e la nazionalità dell’individuo. In quella regione, però, è di stanza un contingente zambiano della forza multinazionale.

Le due parti che hanno dato vita agli ultimi combattimenti nell’area di Birao erano tra i 14 gruppi armati che, a febbraio 2019, avevano firmato un accordo di pace con il governo per arrestare i conflitti nel Paese. Il 5 settembre, il presidente Faustin-Archange Touadera aveva assicurato che il patto era “abbastanza solido”, ma gli scontri degli ultimi giorni accrescono la paura di una nuova escalation della violenza. Trattati di pace precedenti, firmati nel 2014, nel 2015 e nel 2017, sono tutti stati compromessi.

Le tensioni nel Paese sono iniziate nel 2013, a seguito di un colpo di Stato delle milizie musulmane Seleka. Questi ultimi hanno deposto il presidente François Bozize, che era salito al potere a sua volta con un colpo di Stato, nel 2003. La presa della capitale, Bangui, da parte dei Seleka, effettuata il 24 marzo 2013, ha scatenato la reazione dei guerriglieri cristiani Anti-balaka, nome che in lingua locale significa “quelli che portano gli amuleti contro i kalashnikov”, avviando così un sanguinoso conflitto civile. A seguito delle elezioni del 2016, Faustin-Archange Touadéra è diventato presidente del Paese, dopo aver ricoperto la carica di primo ministro dal 2008 al 2013. Tuttavia, il governo centrale non avrebbe più recuperato il controllo di alcuni territori, che rimangono in mano alle milizie armate.

A seguito dell’indipendenza dalla Francia, avvenuta nel 1960, la Repubblica Centrafricana ha vissuto lunghi anni di instabilità. Nonostante il Paese sia ricco di diamanti, oro e petrolio, rimane uno dei più poveri del globo, con il 4° PIL pro capite più basso al mondo. La sua economia ha subito una grave crisi nel 2012, durante il quale la crescita è stata pari al -36%, secondo i dati del Fondo Monetario Internazionale. Secondo il Global Terrorism Index Report del 2018, la Repubblica Centrafricana è il 7° Paese che ha subito maggiormente l’impatto del terrorismo in Africa e il 15° al mondo, con un indice pari a 6,71 su 10. Le fazioni islamiste che si sono formate dallo scioglimento dei Seleka si concentrano nelle regioni centrali del Paese, mentre le milizie anti-balaka controllano alcuni territori nel Nord-Ovest. I combattimenti hanno costretto circa 4.5 milioni di persone ad abbandonare le proprie case, rendendole bisognose di assistenza umanitaria. La missione delle Nazioni Unite, dispiegata nel 2014, conta circa 12.000 unità e fatica a riportare l’ordine e la sicurezza nel Paese, dove il governo ha scarso controllo del proprio territorio.

Dal 2013, l’ONU impone un embargo sulle armi e vieta la vendita o il trasferimento di materiale bellico nella Repubblica Centrafricana. Il provvedimento è stato rinnovato, il 31 gennaio 2018, per un altro anno. Tuttavia, a inizio 2018, un carico di armi leggere, destinato a equipaggiare le forze armate della Repubblica centrafricana, è arrivato a Bangui. A inviare gli armamenti è stata la Russia con l’autorizzazione speciale dell’Onu. Sempre grazie all’avallo delle Nazioni Unite e in deroga all’embargo, anche i 175 istruttori russi sopra menzionati sono arrivati nello Stato africano nel gennaio 2018 per lavorare in un campo militare nel sud-ovest del Paese.

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Chiara Gentili

di Redazione

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