Kashmir: le proteste continuano, scontro a fuoco mortale ai confini

Pubblicato il 16 settembre 2019 alle 9:06 in India Pakistan

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In Kashmir si sono verificate una media di quasi 20 proteste al giorno contro il governo indiano, nelle ultime 6 settimane, nonostante le misure di sicurezza imposte dal governo di Nuova Delhi nella regione semi-autonoma. Scontro a fuoco mortale lungo la Linea di Controllo. 

Complessivamente ci sono state 722 proteste in tutta l’area del Kashmir indiano, a partire dal 5 agosto. Le città maggiormente interessate sono state quella di Srinagar, il distretto di Baramulla, nel Nord-Ovest e a Pulwama, situata nel Sud. Quasi 200 civili e 415 membri delle forze di sicurezza sono stati feriti, secondo una fonte interna al governo indiano, resa pubblica il 15 settembre. Inoltre, circa 4.100 persone, tra cui 170 leader politici, sono stati arrestati in tutta la valle, con 3.000 rilasci nelle ultime 2 settimane. 

Inoltre, sabato 14 settembre, un gruppo di soldati indiani e pakistani hanno avviato uno scambio a fuoco, lungo la frontiera altamente militarizzata che divide l’area indiana da quella pakistana della contesa regione del Kashmir. Un soldato del Pakistan e una civile sono rimasti uccisi durante tali violenze. I due Paesi si scontrano regolarmente lungo la cosiddetta Linea di Controllo, che divide il Kashmir. In questo contesto, l’amministratore locale pakistano, Raja Tariq, ha dichiarato che una serie di colpi hanno raggiunto i villaggi nell’area di Nakyal, uccidendo la donna e ferendo altre persone. La polizia e funzionari locali hanno aggiunto, poi, che il fuoco indiano ha distrutto anche una casa, danneggiato in parte una scuola e colpito un capannone per mucche e capre con la conseguente morte degli animali. L’esercito pakistano ha anche affermato che le truppe indiane hanno aperto il fuoco “non provocati” nel settore di Hajipir, uccidendo un soldato.

I contrasti tra India e Pakistan in relazione al Kashmir vanno avanti da decenni. Tale regione si trova al confine tra i due Paesi ed è suddivisa in 3 aree, tutte oggetto di dispute territoriali e causa di rivalità. Ad incrementare ulteriormente le tensioni tra i due Stati asiatici, le accuse dell’India al Pakistan in merito al sostegno fornito ai militanti separatisti nel Kashmir, smentito da Islamabad. Le tensioni hanno raggiunto l’apice il 2 agosto, dopo che le forze di sicurezza indiane avevano rivelato di aver sventato un attentato in Kashmir, pianificato, a loro avviso, dai militanti supportati dal Pakistan. Da qui, la decisione di isolare alcune aree del Kashmir indiano e di arrestare alcuni politici locali.

La situazione è precipitata quando il 5 agosto, il governo indiano ha abolito lo status speciale della contesa regione indiana del Kashmir, per ragioni di sicurezza. A seguito della rimozione dell’autonomia, dopo giorni di coprifuoco e blocco di internet e delle comunicazioni, il Kashmir è stato colpito da un’ondata di proteste caratterizzate dal lancio di pietre contro i militari. Il 21 agosto, nel corso delle proteste, 2 persone, tra cui un ufficiale di polizia e un ribelle armato, sono rimaste uccise in uno scontro a fuoco tra esercito e manifestanti.   

Il gruppo per la tutela dei diritti umani, Amnesty International, ha affermato che la repressione del dissenso in Kashmir è “senza precedenti” nella recente storia della regione e che le detenzioni hanno contribuito a “diffondere paura e alienazione”. “Il blackout della comunicazione, il blocco della sicurezza e la detenzione dei leader politici nella regione hanno peggiorato le cose”, ha affermato Aakar Patel, capo di Amnesty International India. In tale contesto, il ministro degli Esteri pakistano, Shah Mehmood Qureshi, ha parlato di fronte alle alle Nazioni Unite, martedì 10 settembre, sottolineando che “l’occupazione militare illegale” dell’India in Kashmir rischia di trasformarsi in “genocidio”.

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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