Attacchi contro Aramco: le reazioni di USA e Regno Unito

Pubblicato il 16 settembre 2019 alle 11:34 in Arabia Saudita Medio Oriente USA e Canada

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Dopo gli attacchi condotti, il 14 settembre, contro due impianti petroliferi della compagnia saudita Aramco, Washington ha pubblicato, il 16 settembre, immagini satellitari relative all’accaduto.

Gli attacchi via cielo, rivendicati successivamente dal gruppo di ribelli sciiti Houthi, hanno colpito due impianti petroliferi Aramco, situati nelle province di Abqaiq e Khurais, nell’Est dell’Arabia Saudita. Abqaiq si trova a circa 60 km a Sud-Ovest dal quartier generale di Aramco, nella provincia saudita di Dhahran. Tale impianto di raffinazione di greggio tratta la materia prima dell’oleodotto più grande al mondo, il gigante Ghawar, e lo esporta a Juaymah e Ras Tanura, l’impianto di carico a largo della costa, anch’esso, a sua volta, il maggiore a livello internazionale.

Secondo un comunicato divulgato dalla Aramco, gli attacchi comporteranno una drastica riduzione della produzione di petrolio, pari a -5.7 milioni di barili al giorno, ossia oltre il 5% della fornitura di petrolio a livello internazionale. Ciò potrebbe avere ripercussioni sull’intera economia mondiale.

Washington, da parte sua, ha condannato fin da subito i raid, ed il presidente degli USA, Donald Trump, si è detto pronto a cooperare con l’Arabia Saudita per garantire la sicurezza regionale e ad affiancarla in caso di un attacco da parte dell’Iran. Tuttavia, il Congresso statunitense ha espresso la propria opposizione a qualsiasi intervento militare e ad una “guerra disastrosa”. Non da ultimo, il capo della Casa Bianca ha altresì dato il via libera a rilasciare, in caso di necessità, le riserve petrolifere statunitensi, per far sì che vi sia comunque quantità di petrolio sufficiente sul mercato.

In tale quadro, secondo le immagini satellitari pubblicate, gli attacchi sono stati effettuati con missili da crociera, provenienti dall’Iraq o dall’Iran, e non dallo Yemen, come era stato riferito inizialmente. È stato altresì rivelato che sono state 17 le postazioni colpite all’interno del giacimento e ciò contraddice l’affermazione degli Houthi, secondo cui i droni lanciati sarebbero stati dieci.

Inoltre, il 16 settembre, anche la Gran Bretagna ha commentato l’attacco contro i due impianti petroliferi di Aramco, definendolo pericoloso e scandaloso, con ripercussioni sull’intero mercato mondiale petrolifero. Il ministro degli Esteri britannico, Dominic Raab, ha poi dichiarato che l’accaduto ha rappresentato una chiara violazione del diritto internazionale, aggiungendo che il Regno Unito resta a fianco dell’Arabia Saudita. Tuttavia, ci sia aspetta che la vera responsabilità possa essere chiarita quanto prima, anche attraverso una risposta univoca a livello internazionale.

Nella giornata di domenica 15 settembre, Teheran non ha tardato a rispondere alle accuse rivoltegli dagli Stati Uniti. “Simili inutili accuse sono senza senso, incomprensibili e insignificanti” sono state le parole del portavoce del Ministero degli Esteri di Teheran, Abbas Mousavi.

Al momento, i future sul greggio Brent sono aumentati di oltre il 19%, giungendo a 71,95 dollari al barile, mentre i future sul greggio USA sono aumentati di oltre il 15%, con un valore di 63,34 dollari al barile. Secondo una fonte di Aramco, il ritorno ai livelli di produzione di petrolio precedenti all’attacco potrebbe richiedere settimane e non giorni. Non da ultimo, il ministro dell’Energia saudita, Abdulaziz bin Salman Al Saud, ha affermato che, secondo le stime preliminari dei danni, la produzione si è fermata ad un tasso di 5 milioni e 700.000 barili al giorno, ovvero la metà della produzione petrolifera saudita. A ciò si aggiunge una riduzione del 50% della produzione di gas.

Gli scontri tra i ribelli sciiti e l’Arabia Saudita si inseriscono nel quadro della guerra civile in Yemen, scoppiata il 19 marzo 2015, data in cui gli Houthi hanno lanciato un’offensiva per estendere il loro controllo nelle province meridionali. I gruppi che si contrappongono nel conflitto sono da un lato i ribelli sciiti, che controllano la capitale Sana’a, alleati con le forze fedeli all’ex presidente Ali Abdullah Saleh e sostenuti dall’Iran e dalle milizie di Hezbollah. Dall’altro lato, vi sono le forze fedeli al presidente yemenita, Rabbu Mansour Hadi, l’unico riconosciuto dalla comunità internazionale. L’Arabia Saudita è intervenuta nel conflitto per sostenere Hadi, il 26 marzo 2015, a capo di una coalizione formata anche da Emirati Arabi Uniti, Marocco, Egitto, Sudan, Giordania, Kuwait, Bahrain e Qatar e sostenuta, a sua volta, dagli Stati Uniti.

 

 

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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