Sudan: manifestanti chiedono giustizia per i morti nelle proteste

Pubblicato il 14 settembre 2019 alle 6:42 in Africa Sudan

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Centinaia di sudanesi hanno marciato vicino al palazzo presidenziale di Khartoum per chiedere giustizia nei confronti dei circa 250 manifestanti rimasti uccisi nelle proteste che si susseguono da dicembre. Mobilitati dall’Alleanza delle Forze per la Libertà e il Cambiamento, i cittadini hanno insistito sulla necessità di istituire al più presto un’autorità giudiziaria permanente e un procuratore generale che indaghi sulle repressioni delle forze di sicurezza. “Non accetteremo risarcimenti”, hanno esclamato i manifestanti, molti dei quali agitavano bandiere sudanesi e fotografie delle vittime.

Le manifestazioni in Sudan sono iniziate il 19 dicembre 2018 e in pochi mesi hanno portato al rovesciamento del presidente al-Bashir.  Il leader sudanese è stato rimosso, dopo 30 anni al potere, grazie all’intervento delle forze armate. A seguito di tale evento, l’esercito del Paese ha dichiarato l’instaurazione di un governo militare di transizione, con a capo Al-Burhan. Da allora i manifestanti nelle strade della capitale hanno continuato a protestare, per chiedere che fosse lasciato il posto ad un esecutivo civile. Nonostante si sia più volte tentato di avviare un dialogo, i colloqui si sono sempre interrotti a causa di un mancato accordo sulla composizione del futuro governo. Durante le proteste, le forze armate hanno più volte messo in pericolo la vita dei cittadini sudanesi.

Almeno 127 persone sono state uccise il 3 giugno durante la più violenta repressione degli agenti di sicurezza, volta a sopprimere un sit-in durato settimane davanti al Ministero della Difesa. Questi dati, al momento, sono riconosciuti solo dal Comitato Centrale dei Medici Sudanesi, mentre gli ufficiali delle forze armate di Khartoum rinnegano i numeri e danno stime molto più basse sul bilancio dei morti.

La milizia delle Forze di Supporto Rapido, comandata dal generale Mohamed Hamdan Dagalo, è ritenuta la principale responsabile delle violenze a danno dei manifestanti sudanesi. I suoi membri, molti dei quali facenti parte del deposto Consiglio Militare di Transizione, sono stati ampiamente accusati di aver orchestrato gli omicidi e di aver represso nel sangue proteste svoltesi perlopiù in maniera pacifica. I cittadini chiedono dunque alle autorità di indagare al più presto soprattutto sulle responsabilità della milizia e di condannare tutti i colpevoli. “La rivoluzione potrebbe fallire se ci sarà un ritardo per quanto riguarda queste richieste”, ha detto un gruppo di avvocati che fa parte del movimento di protesta sudanese. Manifestazioni simili a quelle della capitale sono state segnalate anche nella città costiera di Port Sudan e nelle città di Kassala e Madani, secondo quanto hanno riferito diversi testimoni.

Il nuovo primo ministro del Sudan, Abdalla Hamdok, ha prestato giuramento, mercoledì 21 agosto, come leader del governo di transizione, promettendo di riportare la stabilità a livello nazionale, risolvere la crisi economica e garantire una pace duratura. Il capo del deposto Consiglio militare, Abdel Fattah al-Burhan, ha invece assunto il ruolo di presidente del Consiglio Sovrano, l’organo che gestirà il Paese per 3 anni e 3 mesi fino a nuove elezioni. Tale organismo è composto da 10 membri, 5 nominati dai militari e 5 dai civili, più 1 che viene designato di comune accordo tra le parti. L’accordo di pace tra civili e militari è stato firmato il 17 luglio e promette di guidare la transizione pacifica verso la democrazia mettendo fine ai conflitti in corso e cercando di soddisfare le richieste dei cittadini, desiderosi di una svolta politica dopo anni di governo autoritario da parte dell’ex presidente Omar al-Bashir.

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Chiara Gentili

di Redazione

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