Onu: missione in Libia estesa fino al 2020

Pubblicato il 13 settembre 2019 alle 17:34 in Africa Libia

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Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, giovedì 12 settembre, ha esteso il mandato del capo della propria missione in Libia (UNSMIL), Ghassan Salamé, fino al 15 settembre 2020.

La Missione di Sostegno in Libia è stata inclusa tra le priorità dell’Onu, definendola una missione politica olistica, conforme a tutti i principi nazionali, che mira a sostenere gli sforzi profusi con l’obiettivo di raggiungere la sicurezza ed il dialogo economico nel Paese. La decisione di estenderne il mandato è stata adottata all’unanimità da tutti i Paesi del Consiglio, nell’ambito della risoluzione n. 2486 del 2019.

Quest’ultima è stata proposta dal Regno Unito e dall’Irlanda del Nord e mira ad evidenziare la necessità per la missione di mediare e sostenere alcune questioni principali. La prima riguarda l’attuazione di un processo politico ed un dialogo in materia di sicurezza e di economia che coinvolga tutte le parti interessate. Il secondo obiettivo è legato all’attuazione dell’accordo politico libico mentre il terzo è quello di consolidare le decisioni prese dal governo di Tripoli, il governo di Accordo Nazionale, in materia di governance, sicurezza e affari economici. Questi ultimi includono altresì il sostegno alle riforme economiche, in collaborazione con le istituzioni finanziarie internazionali. Un altro scopo della missione è il cessate il fuoco, per far sì che la Libia possa avanzare verso le fasi successive del processo di transizione, con particolare riferimento alle procedure costituzionali e all’indizione di elezioni.

I membri del Consiglio di sicurezza hanno inoltre deciso che la missione, nei limiti dettati da vincoli operativi e di sicurezza, dovrebbe fornire supporto alle principali istituzioni libiche, in particolare per quanto riguarda i servizi di base e l’assistenza umanitaria, conformemente ai principi umanitari. A detta del Consiglio, la missione ha altresì il compito di monitorare e riferire sulla situazione dei diritti umani e sulla circolazione e proliferazione di armi nel Paese, oltre a coordinare la risposta umanitaria a livello internazionale e sostenere gli sforzi profusi dal governo di Tripoli per portare stabilità anche alle aree non più interessate dal conflitto, tra cui quelle liberate dalla morsa dell’ISIS.

Il Consiglio di Sicurezza ha accolto con favore i progressi compiuti dall’UNSMIL nel ripristinare la sua presenza nella capitale Tripoli, a Bengasi e in altre aree della Libia, in base a quanto consentito dalle condizioni di sicurezza. Sono stati altresì evidenziati i passi in avanti compiuti nello sviluppo di una strategia globale, volta ad una maggiore integrazione tra la missione stessa e le agenzie, i fondi ed i diversi programmi delle Nazioni Unite in Libia, al fine di sostenere gli sforzi del governo tripolino nel portare stabilità in Libia. Non da ultimo, il Consiglio ha invitato gli Stati membri a rispettare l’embargo sulle armi, ai sensi della risoluzione 2441 del 2018, e a non interferire nel conflitto adottando misure che lo aggraverebbero ulteriormente.

Infine, il Consiglio di Sicurezza ha chiesto al Segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, di valutare le misure necessarie per giungere ad una tregua permanente e ad un processo politico e di presentare rapporti a riguardo. A detta dei diplomatici, se la missione conseguirà nei propri obiettivi, vi sarà l’istituzione di un altro organismo volto a garantire il rispetto dei risultati raggiunti, così come accaduto in Yemen.

Dal canto suo, il Consiglio presidenziale libico, con a capo Fayez Al-Sarraj, ha accolto con favore la nuova risoluzione adottata in sede Onu, circa l’estensione della missione. Questa conferma che il proprio governo, il governo di Accordo Nazionale di Tripoli, è l’unico legittimo presente in Libia. Pertanto, la presidenza libica si è detta pronta ad adoperarsi per collaborare con tutte le entità internazionali di competenza e per unificare le istituzioni civili, militari e politiche, oltre che per applicare le disposizioni contenute nell’accordo politico, in materia di sicurezza.

Inoltre, il governo di Tripoli ha altresì affermato che “l’aggressore” ha fallito nel tentativo di ribellarsi alla legittimità ma ha minato il processo politico richiesto dalla Missione delle Nazioni Unite il 14 aprile 2018, provando altresì a consolidare il dominio di un dittatore militare, che non può essere considerato un partner affidabile per la pace futura. Pertanto, Tripoli si è detta pronta a mettere in campo determinazione e volontà per completare il proprio progetto, attraverso l’impiego di forze militari e di sicurezza addestrate da autorità civili.

La Libia vive in una situazione di grave instabilità dal 15 febbraio 2011, data che ha segnato l’inizio della rivoluzione e della guerra civile. Nel mese di ottobre dello stesso anno, il Paese nordafricano ha poi assistito alla caduta del regime del dittatore Muammar Gheddafi, ma da allora non è mai riuscito a raggiungere una transizione democratica e vede tuttora la presenza di due schieramenti. Da un lato, il governo di Tripoli, nato con gli accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015, guidato da Fayez al-Sarraj e riconosciuto dall’Onu. Dall’altro lato, il governo di Tobruk, con il generale Khalifa Haftar, a capo dell’Esercito Nazionale Libico (LNA). Il governo di Tobruk riceve il sostegno di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia e Francia. In particolare, Al Cairo, Riad ed Abu Dhabi sostengono militarmente ed economicamente le forze dell’esercito di Haftar. Il Qatar e la Turchia appoggiano, invece, il governo riconosciuto a livello internazionale.

 

 

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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