Israele: stato di allerta nella Striscia di Gaza

Pubblicato il 13 settembre 2019 alle 12:32 in Israele Palestina

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I media israeliani hanno riferito, nella mattinata di venerdì 13 settembre, che l’esercito di Israele ha sollevato lo stato di allerta ai confini con la Striscia di Gaza.

Tale mossa, a quattro giorni di distanza dalle prossime elezioni, giunge in previsione di un’eventuale offensiva da parte dei gruppi di resistenza dell’area e dell’espansione del raggio dei propri attacchi missilistici. A tal proposito, il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, di ritorno dalla Russia, ha dichiarato, il 12 settembre, che è probabile che la potenza occupante avvierà un’operazione militare molto presto. Ciò potrebbe accadere in qualsiasi momento. Per il premier, il conflitto a Gaza è inevitabile ed ha aggiunto: “Lanceremo l’operazione nel momento migliore per noi e sarò io a determinarlo”.

Tali dichiarazioni giungono in un fervido clima pre-elettorale, in cui Netanyahu cerca di guadagnare maggiori consensi, soprattutto nell’ala destra, anche attraverso slogan contro i palestinesi. Tali osservazioni, definite razziste, hanno provocato la rabbia tra i partiti arabi, che parteciperanno alle elezioni in un’unica lista comune.

Non da ultimo, il premier israeliano ha altresì annunciato la propria intenzione di annettere la Valle del Giordano alla Cisgiordania occupata, in caso di vittoria. Si tratta di territori che equivalgono a circa un terzo della Cisgiordania. In particolare, da quando Israele ha occupato la Cisgiordania nel 1967 e fino ad ora, sono stati creati 36 insediamenti nelle valli palestinesi, costruiti su circa 27 mila dunum di terra arabile, e sede di circa 9500 coloni. A ciò si aggiungono otto campi di addestramento israeliani presenti nell’area e 11 insediamenti nel governatorato settentrionale di Tubas, in cui vivono circa 1.500 coloni.

Nel 2012, la popolazione palestinese indigena nella Valle del Giordano ha raggiunto circa 70.000 abitanti, distribuiti in 29 città su un’area di circa 10.000 dunam. Inoltre, altri 15.000 palestinesi vivono in dozzine di piccole comunità beduine. Non da ultimo, le valli palestinesi costituiscono circa il 28% della Cisgiordania, ma l’88% della Valle del Giordano è classificata come Area C, ed è sotto il controllo di Israele.

L’intenzione di Netanyahu è stata ampiamente condannata dai ministri degli Esteri dei Paesi arabi riunitisi in sede di Lega araba, il 10 settembre, al Cairo. Nel corso di una sessione straordinaria richiesta della Palestina, i ministri arabi hanno affermato che la dichiarazione del premier israeliano rappresenta una nuova aggressione da parte di Israele, che viola quanto stabilito dal diritto internazionale, dalla Carta delle Nazioni Unite e dalle relative risoluzioni legittime prese a livello internazionale, tra cui le risoluzioni del Consiglio di sicurezza 242 e 338. Inoltre, quanto affermato da Israele potrebbe minare le basi e i progressi futuri del processo di pace.

Dal canto suo, il presidente dell’Autorità Palestinese, Mahmoud Abbas, ha minacciato, il 10 settembre, di ritirarsi da qualsiasi accordo raggiunto con Israele nel caso in cui questo decida di occupare la Valle del Giordano e il Mar Morto settentrionale, ed imponga la propria sovranità sui territori palestinesi. “Abbiamo il diritto di difendere i nostri diritti e raggiungere i nostri obiettivi con tutti i mezzi disponibili, qualunque sia il risultato” sono state le parole di Abbas.

Non da ultimo, anche il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha commentato l’intenzione di Netanyahu, esprimendo, l’11 settembre, il proprio stato di preoccupazione a riguardo. Per Guterres, annettere parti della Cisgiordania occupata, in caso di vittoria alle elezioni, rappresenta una mossa illegale che minerebbe le prospettive di pace nella regione. “Tali misure, se attuate, costituirebbero una grave violazione del diritto internazionale. Sarà un danno alle possibilità di rilanciare i negoziati e la pace regionale” sono state le parole del Segretario Generale.

Dal 2008, Israele ha condotto tre guerre sulla Striscia di Gaza, uccidendo migliaia di persone, per lo più civili palestinesi. Israele considera Hamas responsabile di tutte le violenze di Gaza, mentre Hamas afferma che Israele è la causa dello stato di rabbia e pressione inflitta ai residenti dell’area, a causa del continuo assedio.

I palestinesi reclamano la liberazione della Cisgiordania, di Gerusalemme Est e della Striscia di Gaza, territori occupati da Israele nella guerra del 1967, per la costituzione di uno Stato indipendente. Superando le politiche pianificate dai suoi predecessori, l’amministrazione statunitense attuale si è rifiutata di approvare una soluzione che preveda due Stati per risolvere il conflitto tra Israele e palestinesi. Questi ultimi hanno chiuso i loro legami con la Casa Bianca dopo che il presidente statunitense, Donald Trump, ha dichiarato di riconoscere Gerusalemme capitale di Israele, nel dicembre 2017, e di trasferire la propria ambasciata in questa città. 

 

 

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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