Le donne dell’ISIS: una bomba a orologeria

Pubblicato il 12 settembre 2019 alle 15:40 in Europa Medio Oriente

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Secondo un report pubblicato il 12 settembre, le donne dell’ISIS in Europa o provenienti da ambienti terroristici non dovrebbero essere considerate come spose comuni ma come attiviste che potrebbero organizzare attacchi indipendenti.

Il report, di un’organizzazione non governativa con sede in Slovacchia, Globsek, e presentato a Bruxelles, ha preso in esame i dati riguardanti 326 estremisti europei catturati, deportati o uccisi dal 2015. Dalle ricerche effettuate è scaturito che numerose donne e ragazze legate a membri dello Stato Islamico rappresentano ancora una minaccia significativa, sebbene siano una piccola minoranza tra i “combattenti terroristi stranieri”.

In particolare, su 43 donne incluse nello studio, alcune di queste hanno pianificato un attacco, sono state reclutate da gruppi estremisti, sono state attiviste di propagande di matrice terroristica o hanno partecipato in attività volte a “proteggere” i militanti jihadisti. Nel rapporto è stato poi evidenziato che una cellula terroristica “al femminile” ha provato a far esplodere la cattedrale di Notre Dame di Parigi, 3 anni fa. Un altro gruppo di donne, prigioniere dell’ISIS, si è invece adoperato per lanciare campagne di finanziamento di massa. Stando ai dati del rapporto, più di 40 donne, tra quelle oggetto di analisi, non costituiscono semplici spose, in quanto queste hanno assunto un ruolo sofisticato ed esigente all’interno delle reti terroristiche.

Lo studio condotto ha altresì analizzato la relazione tra criminalità ed estremismo. A tal proposito, è stato riferito che numerosi combattenti hanno precedenti penali considerati “normali” ma, anche dietro le sbarre, continuano ad assumere il ruolo di terroristi. Non da ultimo, un terzo dei casi inseriti nell’analisi riguardava combattenti stranieri che spesso svolgevano il ruolo di pionieri di movimenti estremisti o di leader di cellule jihadiste, dal momento in cui sono ritornati in Europa. A tal proposito, è stato sottolineato che 38 di essi sono, al momento, ricercati dalle autorità.  

Il rapporto, presentato a Bruxelles, è stata altresì un’occasione per riferire ai funzionari europei, addetti alle politiche di sicurezza, che la che la maggior parte dei detenuti in Europa per reati di terrorismo hanno continuato a commettere reati simili dopo il rilascio, e che gli sforzi per porre fine all’estremismo spesso non hanno avuto il successo sperato.

Un ricercatore in materia di sicurezza dell’Università di Leiden che ha contribuito al rapporto, Bart Schurman, ha affermato che sono soltanto due i prigionieri che hanno deciso di abbandonare i gruppi estremisti, mentre ciò risulta essere quasi impossibile nella maggior parte dei casi. Inoltre, a detta del ricercatore, le autorità penitenziarie si stanno concentrando sempre più sul separare gli estremisti dal resto dei prigionieri, per far sì che questi non vengano coinvolti.

Secondo diverse fonti, sebbene da un lato siano molte le donne vittime dell’ISIS, dall’altro lato, tra il 10 ed il 40% delle reclute dello Stato Islamico, provenienti da Europa, America del Nord, Australia e Africa sono di sesso femminile. Tali donne e ragazze decidono di arruolarsi all’ISIS per diversi motivi, in primis di carattere religioso o per il desiderio di sposarsi. Inoltre, lo Stato Islamico ha spesso diffuso il messaggio secondo cui ogni musulmano, anche donna, è obbligato, ai sensi dei precetti religiosi e morali, a trasferirsi nel proprio califfato, in cui le donne hanno altresì il dovere di essere madri e mogli. Non da ultimo, un gran numero è passato da recluta a reclutatrice, ricevendo tra i 2.000 e 10.000 dollari per ogni persona reclutata.

Una delle prime brigate completamente al femminile è stata creata a Raqqa nel febbraio 2014 ed aveva il compito di monitorare il comportamento delle donne dello Stato Islamico, in modo che fosse sempre in linea con le regole religiose e morali professate dall’ISIS. Successivamente, sempre più donne sono scese in campo, in particolare a partire dalla battaglia per la liberazione di Mosul del 2017.  Dall’agosto 2017, l’Iraq è impegnato nell’eseguire processi nei confronti di centinaia di donne straniere e dei loro figli, arrestati dalle autorità irachene e accusati di avere legami con l’organizzazione terroristica. 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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