Kashmir: quasi 4.000 arresti dalla fine dell’autonomia della regione

Pubblicato il 12 settembre 2019 alle 16:06 in India Pakistan

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Le autorità del Kashmir indiano hanno arrestato quasi 4.000 persone da quando Nuova Delhi ha revocato lo status speciale della regione, il 5 agosto. 

Nel tentativo di reprimere le proteste che tale decisione ha suscitato nella regione a maggioranza musulmana, l’India ha tagliato i servizi Internet e le telecomunicazioni e ha imposto il coprifuoco in molte aree. Le autorità indiane hanno anche arrestato più di 3.800 persone, secondo un rapporto del governo, datato 6 settembre e visionato dall’agenzia di stampa Reuters. Circa 2.600 tra queste persone, tuttavia, sono già state rilasciate. La portavoce del Ministero degli Interni indiano non ha risposto alle richieste di commento su tali cifre. Allo stesso modo non hanno voluto esprimersi anche la polizia del Jammu e del Kashmir.

Non appare chiaro su quale base la maggior parte delle persone siano state detenute, ma un funzionario indiano ha affermato che alcuni erano stati arrestati ai sensi del “Public Safety Act”, una legge dello stato del Jammu e Kashmir che consente l’arresto e la detenzione, fino a un massimo di 2 anni, senza accuse. Più di 200 politici, tra cui due ex ministri, sono stati arrestati, insieme a oltre 100 leader e attivisti di un’organizzazione ombrello di gruppi politici filo-separatisti. La maggior parte di queste persone, oltre 3.000, sono stati identificati come “lanciatori di pietre e malfattori”. Domenica 8 settembre, 85 detenuti sono stati trasferiti in una prigione di Agra, nel nord dell’India, secondo una fonte della polizia.

Il gruppo per la tutela dei diritti umani, Amnesty International, ha affermato che la repressione è stata “senza precedenti” nella recente storia della regione e che le detenzioni hanno contribuito a “diffondere paura e alienazione”. “Il blackout della comunicazione, il blocco della sicurezza e la detenzione dei leader politici nella regione hanno peggiorato le cose”, ha affermato Aakar Patel, capo di Amnesty International India. In tale contesto, il ministro degli Esteri pakistano, Shah Mehmood Qureshi, ha parlato di fronte alle alle Nazioni Unite, martedì 10 settembre, sottolineando che “l’occupazione militare illegale” dell’India in Kashmir rischia di trasformarsi in “genocidio”. “Le città abbandonate e traumatizzate, le montagne, le pianure e le valli del Jammu e del Kashmir occupate dagli indiani risuonano oggi dei cupi ricordi di Ruanda, Srebrenica, Rohingya e dei pogrom del Gujarat”, ha affermato Qureshi di fronte al Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite. 

I contrasti tra India e Pakistan in relazione al Kashmir vanno avanti da decenni. Tale regione si trova al confine tra i due Paesi ed è suddivisa in 3 aree, tutte oggetto di dispute territoriali e causa di rivalità. Ad incrementare ulteriormente le tensioni tra i due Stati asiatici, le accuse dell’India al Pakistan in merito al sostegno fornito ai militanti separatisti nel Kashmir, smentito da Islamabad. Le tensioni hanno raggiunto l’apice il 2 agosto, dopo che le forze di sicurezza indiane avevano rivelato di aver sventato un attentato in Kashmir, pianificato, a loro avviso, dai militanti supportati dal Pakistan. Da qui, la decisione di isolare alcune aree del Kashmir indiano e di arrestare alcuni politici locali.

La situazione è precipitata quando il 5 agosto, il governo indiano ha abolito lo status speciale della contesa regione indiana del Kashmir, per ragioni di sicurezza. A seguito della rimozione dell’autonomia, dopo giorni di coprifuoco e blocco di internet e delle comunicazioni, il Kashmir è stato colpito da un’ondata di proteste caratterizzate dal lancio di pietre contro i militari. Il 21 agosto, nel corso delle proteste, 2 persone, tra cui un ufficiale di polizia e un ribelle armato, sono rimaste uccise in uno scontro a fuoco tra esercito e manifestanti.   

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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