Kosovo: “Le dimissioni di Bolton sono una buona notizia”, intanto esercitazione militare tra Serbia e Russia

Pubblicato il 11 settembre 2019 alle 15:54 in Balcani Russia USA e Canada

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Il viceministro agli Affari Esteri del Kosovo, Anton Berisha, ha commentato positivamente la scelta del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, di rimuovere John Bolton dall’incarico da Consulente per la sicurezza nazionale della Casa Bianca.

Nello specifico, Berisha, il quale è anche candidato alle elezioni politiche che si terranno in Kosovo il 6 ottobre, ha dichiarato di essere “felice che Trump abbia chiesto le dimissioni” di Bolton, e che questa rappresenta “una buona notizia per lo Stato del Kosovo, ma una brutta notizia per i nemici lobbisti che si sono uniti contro il riconoscimento di Pristina, in Albania come in Serbia”.

Gli Stati Uniti hanno recentemente deciso di tornare nei Balcani al fine di mediare per la ripresa del dialogo tra la Serbia e il Kosovo. Il nuovo Rappresentante Speciale per i Balcani occidentali, Matthew Palmer, nominato dalla Casa Bianca lo scorso 30 agosto, aveva reso noto a tale riguardo di ritenere propizia la prossimità delle elezioni in Kosovo e in Serbia,  nella speranza che “tra le due elezioni si riapra il dialogo per identificare i punti di incontro, così come le differenze, al fine di raggiungere un accordo che possa essere il migliore possibile per il futuro di entrambi”. Nello specifico, Palmer aveva altresì annunciato che “gli Stati Uniti assumeranno un ruolo cruciale nell’aiutare entrambe le parti a normalizzare le loro relazioni” e ad entrare nell’Unione Europea.

Anche l’Alto rappresentante per la Politica Estera dell’UE, Federica Mogherini, aveva dichiarato, lo scorso 2 settembre, che l’ingresso dei Paesi del Balcani nell’Unione “è necessario sia Bruxelles sia per la regione”, dato che rappresenta la “riunificazione del continente europeo”.

A pochi giorni di distanza dalle parole di Mogherini, la neoeletta presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha dichiarato, in occasione della presentazione della sua squadra, avvenuta il 10 settembre, che una delle priorità della sua agenda sarà proprio l’avvio di buone relazioni e forti collaborazioni con i Paesi della regione balcanica. Al fine di raggiungere tale obiettivo, von der Leyen ha nominato un nuovo Commissario per l’allargamento dell’Unione, László Trócsányi, già ministro della Giustizia del governo ungherese di Orban. Secondo quanto reso noto, nella lettera di affidamento dell’incarico inviata dalla presidente della Commissione, von der Leyen ha annunciato che il ruolo di Trócsányi sarà mirato a “mantenere una prospettiva credibile per i Paesi dei Balcani occidentali, che includa la velocizzazione delle riforme strutturali e istituzionali, con un forte accento sui principi dello stato di diritto, dello sviluppo economico e delle riforme della pubblica amministrazione”. Al centro delle attività di Trócsányi, vi sarà anche “il sostegno a ogni azione in materia di contrasto alla corruzione, allo sviluppo di buone relazioni tra Paesi vicini e soprattutto alla risoluzione delle dispute bilaterali”.

Le parole di von der Leyen si pongono come primo passo verso la già suggerita nomina di un Inviato Speciale dell’UE per i Balcani, replicando quanto fatto dagli Stati Uniti, come proposto da un parlamentare tedesco, Peter Beyer, dopo che aveva incontrato il presidente della Serbia Aleksandar Vucic. Tale ipotesi è stata altresì avanzata, mercoledì 11 settembre, dall’ex rappresentante dell’Unione Europea per la Bosnia ed Erzegovina, Christian Schwarz-Schilling, il quale si è detto promotore di un “ruolo dell’UE più proattivo nella risoluzione dei problemi della regione e nell’integrazione dei Balcani occidentali”, soprattutto perché “l’esperienza ha dimostrato che solo le situazioni decise dagli Stati Uniti e dall’UE sono state sostenibili e di successo”, sebbene gli Stati Uniti “abbiano lasciato intendere di non voler far cadere la regione sotto l’influenza della Russia”.

A tale riguardo, nel corso di un’intervista rilasciata da Palmer all’agenzia di stampa serba, Tanjug, martedì 10 settembre, il rappresentante della Casa Bianca aveva dichiarato che gli Stati Uniti “vedono i Balcani parte della grande famiglia dei Paesi occidentali, integrati nelle istituzioni euro-atlantiche, mentre la Russia ha dimostrato di desiderare una regione caratterizzata dal disordine e dalla diffidenza reciproca”.

A solo un giorno di distanza dalle parole di Palmer, l’ufficio stampa del Ministero della Difesa russo ha reso noto che ha preso il via, mercoledì 11 settembre, la prima esercitazione militare aerea tra Serbia e Russia, la Slavic Shield – 2019. L’esercitazione, che avrà luogo presso la regione meridionale di Astrakhan, “coinvolgerà le unità dell’aviazione e le squadre tecniche per le radiocomunicazioni della Russia” oltre che l’aviazione della Serbia. I militari coinvolti “utilizzeranno i sistemi missilistici russi S-400 e Pantsir, insieme a diverse stazioni radar” mentre simuleranno di contrastare un bombardamento aereo ed effettueranno lanci missilistici in situazioni di difficoltà ad alta e bassa quota.

È un momento delicato per la Serbia e per il Kosovo, entrambi vicine alle elezioni. Dopo la nomina di Palmer, i Paesi della regione avevano intravisto dopo tempo uno spiraglio di possibilità per la riapertura del dialogo tra Pristina e Belgrado, fattore che vincola lo sviluppo dell’intera regione balcanica. Anche la Serbia aveva inizialmente mostrato apertura, ma il 9 settembre il ministro dell’Interno serbo, Nebojsa Stefanovic, aveva dichiarato che la Serbia continuerà ad opporsi all’ingresso del Kosovo nell’Interpol. Tale dichiarazione rappresentava un cambio di rotta rispetto a quanto finora emerso, dal momento che il Kosovo aveva imposto i dazi sui beni importati dalla Serbia proprio in virtù dell’ostruzionismo portato avanti da Belgrado in merito al possibile ingresso di Pristina nell’Interpol e, da parte sua, la Serbia aveva annunciato che fino a quando permarranno i dazi, Belgrado non avrà intenzione di avviare il processo di dialogo. Poco prima, il premier uscente del Kosovo, Ramush Haradinaj, aveva dichiarato che finché la Serbia non riconoscerà l’indipendenza di Pristina non avrà senso avviare un processo di dialogo.

Tuttavia, la Serbia, così come gli Stati Uniti, aveva reso noto di riporre speranze nel governo che assumerà il potere a seguito delle elezioni in Kosovo del 6 ottobre, il quale potrà essere “più costruttivo e positivo”, “abolire le tasse sui beni serbi e aprire la strada per un nuovo dialogo”.

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Jasmine Ceremigna

di Redazione

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