Kashmir: forze di sicurezza indiane uccidono sospetto militante pakistano

Pubblicato il 11 settembre 2019 alle 13:17 in India Pakistan

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Le forze di sicurezza del Kashmir indiano hanno ucciso a colpi di arma da fuoco un uomo, sospettato di essere un membro di un gruppo militante pakistano che era stato accusato di aver attaccato la famiglia di un commerciante locale.

La notizia, riportata dall’agenzia di stampa Reuters, fa riferimento ad un episodio in cui alcuni militanti pakistani hanno attaccato la casa di un commerciante di frutta a Sopore. L’uomo sarebbe stato punito per aver continuato a portare avanti i suoi affari nonostante i boicottaggi di protesta. Nell’attacco sono stati feriti il figlio, la nipote e un altro membro della famiglia, secondo quanto hanno dichiarato le autorità indiane. L’11 settembre, la polizia ha ucciso un militante, identificato con il nome di Asif, che secondo la polizia era un membro del Lashkar-e-Taiba, un gruppo pakistano che combatte contro il governo indiano in Kashmir, a Sopore. 

Lashkar-e-Taiba fu fondata in Afghanistan, nel 1987, da Hafiz Saeed, Abdullah Azzam e Zafar Iqbal, con il sostegno finanziario del leader di al-Qaeda, Osama Bin Laden. Secondo fonti attendibili, il suo quartier generale sarebbe a Muridke, vicino Lahore, nella provincia del Punjab, in Pakistan. Lashkar-e-Taiba, inoltre, gestisce alcuni campi di addestramento nella parte del Kashmir che ricade sotto l’amministrazione del Pakistan. L’obiettivo dell’organizzazione è quello di liberare la porzione del Kashmir controllata dell’India, dove vorrebbe instaurare uno Stato Islamico per poi imporre il suo dominio su tutto il sud-est asiatico. 

I contrasti tra India e Pakistan in relazione al Kashmir vanno avanti da decenni. Tale regione si trova al confine tra i due Paesi ed è suddivisa in 3 aree, tutte oggetto di dispute territoriali e causa di rivalità. Ad incrementare ulteriormente le tensioni tra i due Stati asiatici, le accuse dell’India al Pakistan in merito al sostegno fornito ai militanti separatisti nel Kashmir, smentito da Islamabad. Le tensioni hanno raggiunto l’apice il 2 agosto, dopo che le forze di sicurezza indiane avevano rivelato di aver sventato un attentato in Kashmir, pianificato, a loro avviso, dai militanti supportati dal Pakistan. Da qui, la decisione di isolare alcune aree del Kashmir indiano e di arrestare alcuni politici locali.

La situazione è precipitata quando il 5 agosto, il governo indiano ha abolito lo status speciale della contesa regione indiana del Kashmir, per ragioni di sicurezza. A seguito della rimozione dell’autonomia, dopo giorni di coprifuoco e blocco di internet e delle comunicazioni, il Kashmir è stato colpito da un’ondata di proteste caratterizzate dal lancio di pietre contro i militari. Il 21 agosto, nel corso delle proteste, 2 persone, tra cui un ufficiale di polizia e un ribelle armato, sono rimaste uccise in uno scontro a fuoco tra esercito e manifestanti.   

In tale contesto, il ministro degli Esteri pakistano, Shah Mehmood Qureshi, ha parlato di fronte alle alle Nazioni Unite, martedì 10 settembre, sottolineando che “l’occupazione militare illegale” dell’India in Kashmir rischia di trasformarsi in “genocidio”. “Le città abbandonate e traumatizzate, le montagne, le pianure e le valli del Jammu e del Kashmir occupate dagli indiani risuonano oggi dei cupi ricordi di Ruanda, Srebrenica, Rohingya e dei pogrom del Gujarat”, ha affermato Qureshi di fronte al Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite. 

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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