Israele- Palestina: tra scontri verbali e sul campo

Pubblicato il 11 settembre 2019 alle 9:51 in Israele Palestina

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La Striscia di Gaza ha assistito, nelle prime ore di mercoledì 11 settembre a 15 raid aerei, lanciati da Israele verso l’area centrale e settentrionale della zona.

In particolare, tali raid sono stati lanciati in serie da un velivolo dell’esercito israeliano contro diversi obiettivi, senza causare vittime. L’offensiva è giunta dopo che 2 missili hanno colpito l’insediamento israeliano di Ashdod, mentre il primo ministro, Benjamin Netanyahu, stava tenendo un incontro con i membri del proprio partito Likud. Non da ultimo, altri attacchi hanno interessato Beit Lahia, nel Nord della Striscia di Gaza, e la città palestinese di Deir al Balah, nel centro della medesima regione mentre ulteriori raid di provenienza israeliana hanno altresì colpito le aree rurali del Sud.

La Striscia di Gaza sta assistendo ad una nuova escalation che vede ancora protagonisti Israele e Palestina. In particolare, l’offensiva di queste ultime ore fa seguito ad una nuova dichiarazione di Netanyahu, il quale ha annunciato la propria intenzione di annettere la Valle del Giordano alla Cisgiordania occupata, in caso di vittoria alle prossime elezioni, previste per il 17 settembre. Si tratta di territori che equivalgono a circa un terzo della Cisgiordania.

“C’è un posto solo in cui possiamo applicare la sovranità israeliana subito dopo le elezioni” ha affermato Netanyahu. Il premier ha altresì espresso la volontà di annettere gli insediamenti israeliani di tutta la Cisgiordania, nonostante sia ancora in corso la fase di coordinamento con il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Quest’ultimo dovrebbe annunciare il suo piano per risolvere il conflitto israelo-palestinese, il cosiddetto “accordo del secolo”, dopo le elezioni israeliane.

L’intenzione di Netanyahu di annettere i territori della Cisgiordania è stata ampiamente condannata dai ministri degli Esteri dei Paesi arabi riunitisi in sede di Lega araba, il 10 settembre, al Cairo. Nel corso di una sessione straordinaria richiesta della Palestina, i ministri arabi hanno affermato che la dichiarazione del premier israeliano rappresenta nuova aggressione da parte di Israele, che viola quanto stabilito dal diritto internazionale, dalla Carta delle Nazioni Unite e dalle relative risoluzioni legittime prese a livello internazionale, tra cui le risoluzioni del Consiglio di sicurezza 242 e 338. Inoltre, quanto affermato da Israele potrebbe minare le basi e i progressi futuri del processo di pace.

Pertanto, la Lega araba si è detta pronta ad intraprendere tutte le misure ed azioni legali e politiche necessarie, volte ad affrontare questa dichiarazione unilaterale israeliana, che alimenterebbe conflitti e violenze nella regione e nel mondo. Si prevede una mobilitazione anche del Consiglio di sicurezza e dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, delle organizzazioni internazionali e dei diversi membri della comunità internazionale. Inoltre, il ministri della Lega araba hanno esortato Israele a farsi carico delle proprie dichiarazioni illegali ed irresponsabili ed hanno ribadito la propria aderenza ai principi a sostegno dei diritti legittimi e inalienabili del popolo palestinese, incluso il diritto all’autodeterminazione e alla creazione di uno Stato palestinese indipendente, secondo i confini del 4 giugno 1967, con Gerusalemme Est come capitale, oltre al diritto al ritorno per i rifugiati, in conformità con le risoluzioni delle Nazioni Unite e l’iniziativa di pace araba.

Dal canto suo, il presidente dell’Autorità Palestinese, Mahmoud Abbas, ha minacciato, il 10 settembre, di ritirarsi da qualsiasi accordo raggiunto con Israele nel caso in cui questo decida di occupare la Valle del Giordano e il Mar Morto settentrionale, ed imponga la propria sovranità sui territori palestinesi. “Abbiamo il diritto di difendere i nostri diritti e raggiungere i nostri obiettivi con tutti i mezzi disponibili, qualunque sia il risultato” sono state le parole di Abbas.

A tal proposito, il segretario generale del comitato esecutivo dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP), Saeb Erekat, ha affermato che l’annessione della Valle del Giordano rappresenterebbe un crimine di guerra e una consacrazione del regime di apartheid, dichiarando che se l’annessione sarà attuata, Netanyahu “seppellirà qualsiasi prospettiva di pace, per i prossimi cento anni”. Anche per un altro funzionario dell’OLP, la decisione di Netanyahu costituisce una “flagrante violazione del diritto internazionale”, un “furto di territori”, ed una forma di “pulizia etnica”, con conseguenze devastanti verso qualsiasi possibilità di pace.

Dal 2008, Israele ha condotto tre guerre sulla Striscia di Gaza, uccidendo migliaia di persone, per lo più civili palestinesi. Israele considera Hamas responsabile di tutte le violenze di Gaza, mentre Hamas afferma che Israele è la causa dello stato di rabbia e pressione inflitta ai residenti dell’area, a causa del continuo assedio.

I palestinesi reclamano la liberazione della Cisgiordania, di Gerusalemme Est e della Striscia di Gaza, territori occupati da Israele nella guerra del 1967, per la costituzione di uno Stato indipendente. Superando le politiche pianificate dai suoi predecessori, l’amministrazione statunitense attuale si è rifiutata di approvare una soluzione che preveda due Stati per risolvere il conflitto tra Israele e palestinesi. Questi ultimi hanno chiuso i loro legami con la Casa Bianca dopo che Donald Trump ha dichiarato di riconoscere Gerusalemme capitale di Israele, nel dicembre 2017, e di trasferire la propria ambasciata in questa città.

 

 

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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