Immigrazione, Washington preme su Città del Messico: deve fare di più

Pubblicato il 11 settembre 2019 alle 6:30 in Messico USA e Canada

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L’arresto di immigrati privi di documenti al confine meridionale degli Stati Uniti è sceso del 56% dal 7 giugno scorso, quando l’Amministrazione di Donald Trump ha ottenuto una serie di misure dal Messico per frenare il flusso di migranti che attraversavano il suo territorio, provenienti dall’America centrale, per raggiungere gli Stati Uniti. Il capo dell’Agenzia per la protezione doganale e delle frontiere, Mark Morgan, ha comunicato queste informazioni alla Casa Bianca ma, allo stesso tempo, ha raddoppiato la pressione sul governo di Andrés Manuel López Obrador, che ha invitato a “fare di più”.

“Abbiamo bisogno che facciano di più. Abbiamo bisogno che il Messico faccia di più” – ha sottolineato Morgan. “Dobbiamo assicurarci che continuino gli sforzi fatti in questo momento, che la Guardia Nazionale, che i 25.000 soldati dispiegati rimangano impegnati per quest’obiettivo”. Il funzionario, che era direttore dell’agenzia di polizia per l’immigrazione (ICE) con l’amministrazione Obama, ha anche invitato l’esecutivo messicano a mantenere ed “espandere” il cosiddetto Protocollo di protezione dei migranti (MPP), secondo il quale, in base ad alcune valutazioni, gli Stati Uniti possono rimandare i richiedenti asilo in Messico ad aspettare che i loro casi vengano decisi, una misura che mette a dura prova la tenuta dei servizi pubblici nelle città di confine messicane e che fa del Messico un “terzo paese sicuro” de facto.

Lunedì 9 settembre, l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Michelle Bachelet, ha denunciato le conseguenze dell’accordo migratorio tra Washington e Città del Messico. “Le politiche attualmente in corso negli Stati Uniti, in Messico e in diversi paesi dell’America centrale mettono molti migranti in pericolo di subire violazioni dei diritti umani e abusi” -ha detto Bachelet all’apertura della quarantaduesima sessione del Consiglio dei diritti umani, in corso a Ginevra. Come sottolinea la ex presidente del Cile, quest’anno almeno 35.000 richiedenti asilo sono stati bloccati nelle zone di confine messicane.

La durezza delle parole di Morgan offusca l’incontro del ministro degli Esteri messicano Marcelo Ebrard con membri del governo degli Stati Uniti, in corso a Washington, per affrontare con precisione le politiche sull’immigrazione, passati 90 giorni dalla firma dall’accordo di giugno. Ebrard ha reagito alle parole del funzionario USA attraverso il suo account Twitter : “Ho appena sentito le dichiarazioni del direttore dell’agenzia delle dogane. Ribadisco di fronte alle pressioni: il Messico non è e non accetterà di essere un paese terzo sicuro, abbiamo un mandato in tal senso del Presidente della Repubblica e un consenso al Senato di tutte le forze politiche. Non lo accetteremo”. 

La condizione di terzo paese sicuro implicherebbe, in generale, che il Messico venisse considerato una destinazione affidabile per un richiedente asilo tanto quanto gli Stati Uniti e, pertanto, i migranti che si recano sul territorio messicano prima che negli Stati Uniti debbano attendere in Messico l’elaborazione delle richieste da parte delle autorità di Washington. Non solo, gli USA potrebbero anche decidere di lasciare il migrante in Messico. È un tipo di patto che gli Stati Uniti hanno già con il Canada e che avrebbero voluto ottenere dal governo di Andrés Manuel López Obrador. Washington ha rinunciato solo in cambio di un indurimento delle politiche migratorie del Messico e dell’accettazione da parte del governo messicano di accogliere sul suo territorio un certo numero di migranti in funzione della pressione alle frontiere statunitensi. 

 

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Italo Cosentino, interprete di spagnolo

di Redazione

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