Germania: no ad una guerra per procura in Libia

Pubblicato il 11 settembre 2019 alle 15:13 in Germania Libia

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La cancelliera tedesca, Angela Merkel, mercoledì 11 settembre, ha affermato che la Germania continuerà a farà la sua parte per evitare una guerra per procura in Libia, in quanto una situazione negativa minerebbe la stabilità dell’intero continente africano.

In un discorso tenuto al Parlamento tedesco, Merkel ha affermato che l’attuale situazione in Libia si sta evolvendo sempre più e potrebbe portare ad una nuova crisi simile a quella siriana. Pertanto, è necessario fare tutto il possibile per far sì che l’escalation degli ultimi mesi non si trasformi in una guerra per procura. A tal proposito, la Germania svolgerà il proprio ruolo in quanto, a detta della cancelliera, se in Libia non vi sarà stabilità, tutta l’Africa sarà destabilizzata.

Già nel corso dell’ultimo incontro del G7, presieduto dal governo francese e conclusosi il 26 agosto scorso, il tema Libia era giunto al tavolo delle discussioni a livello internazionale. In tale occasione, i 7 Paesi partecipanti si sono detti concordi sulla necessità di giungere ad una soluzione politica e ad un cessate il fuoco, oltre ad esprimere la propria disponibilità per organizzare una conferenza internazionale sul fascicolo Libia. Secondo alcuni rapporti stampa, questa potrebbe essere ospitata proprio dalla Germania, il prossimo novembre.

La situazione di grave instabilità in Libia ha avuto inizio il 15 febbraio 2011, data che ha segnato l’inizio della rivoluzione e della guerra civile. Gli schieramenti che si oppongono sono due. Da un lato, il governo di Tripoli, nato con gli accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015, guidato dal primo ministro Fayez al-Sarraj e riconosciuto dall’Onu. Dall’altro lato, il governo di Tobruk, con il generale a capo dell’Esercito Nazionale Libico (LNA), Khalifa Haftar. Il governo di Tobruk riceve il sostegno di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia e Francia. In particolare, Il Cairo, Riad ed Abu Dhabi sostengono militarmente ed economicamente le forze dell’esercito di Haftar. Il Qatar e la Turchia appoggiano, invece, il governo riconosciuto a livello internazionale.

Gli ultimi scontri tra le forze di Haftar e quelle del governo di Tripoli risalgono a sabato 7 settembre. In particolare, 8 seguaci di Haftar e 6 membri dell’esercito tripolino sono morti in seguito a battaglie violente verificatisi a Sud della capitale Tripoli. Secondo quanto riferito, le ultime offensive hanno consentito alle forze di Tripoli di avanzare verso gli assi di Al-Khala, Ain Zara e Al-Sabia, dopo aver distrutto munizioni della fazione opposta, tra cui vi erano altresì armi di provenienza emiratina.

Di fronte ad uno scenario di crescenti tensioni, il 4 settembre scorso, l’inviato delle Nazioni Unite e capo della missione di sostegno in Libia, Ghassan Salamé, ha presentato un briefing sugli ultimi sviluppi della situazione in Libia, nel corso di una sessione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. In particolare, il Consiglio è stato esortato ad ampliare il mandato della missione delle Nazioni Unite, a mobilitare maggiori sforzi a livello internazionale per frenare i combattimenti e a sollecitare le parti coinvolte a riprendere il dialogo e tornare al processo politico.

Per Salamé, sono due gli scenari che destano maggiore preoccupazione in Libia. Il primo riguarda il perpetrarsi del conflitto e della minaccia terroristica, anch’essa sempre più crescente. La seconda fonte di preoccupazione è legata all’arrivo di forze militari straniere. “Il recente arrivo, appena segnalato, di migliaia di mercenari in Libia rischia di causare un’ulteriore estensione e inasprimento del conflitto” è stato affermato. Per l’inviato Onu, intensificare il sostegno militare, anche solo per una fazione, potrebbe portare ad una situazione di caos.  “L’’idea che bisognerebbe dare un’opportunità alla guerra e che una soluzione militare sia possibile è un’illusione” ha affermato Ghassan Salamé, dichiarando che il Consiglio di Sicurezza è in grado di fare di più e che “i libici meritano di meglio”.

Nella medesima occasione, il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha dichiarato che circa 104.875 persone, la metà delle quali bambini, sono fuggite dalle proprie abitazioni da quando sono scoppiati i combattimenti a Tripoli, il 4 aprile, sottolineando che le autorità locali hanno istituito 47 rifugi collettivi che ospitano circa 4.000 persone. Tuttavia, più di 100.000 civili sono rimasti nelle aree adiacenti ai fronti di combattimento, mentre oltre 400.000 si trovano nelle aree interessate dagli scontri in modo diretto.

 

 

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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