Egitto: la crisi del Golfo è ancora irrisolta

Pubblicato il 11 settembre 2019 alle 10:39 in Egitto Qatar

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Il ministro degli Esteri egiziano, Sameh Shoukry, ha affermato che il Qatar non ha fatto passi in avanti né ha mostrato interesse nel risolvere la crisi con i quattro paesi che lo boicottano. Pertanto, l’Egitto, l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrein manterranno la propria posizione verso Doha, se le proprie richieste non saranno attuate.

La cosiddetta “crisi del Golfo” ha avuto inizio il 5 giugno 2017, data in cui è stato imposto su Doha un embargo diplomatico, economico e logistico, accusandola di sostenere e finanziare gruppi terroristici come Hamas ed Hezbollah e di appoggiare l’Iran, il principale rivale di Riad nella regione. I paesi fautori del blocco sono Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Bahrain.

Da parte sua, il Qatar ha respinto le accuse, pur rimanendo in una condizione di isolamento che ha comportato la chiusura dei confini aerei, marittimi e terrestri, e l’espulsione dei cittadini qatarioti dai Paesi fautori dell’embargo. Per Doha, i Paesi promotori del blocco hanno cercato di minare l’autonomia decisionale e di interferire negli affari interni del Paese.

Il 22 giugno 2017, i tre Paesi del Golfo e l’Egitto hanno poi consegnato una lista con 13 richieste da soddisfare per mettere fine all’embargo. Tra queste vi sono la chiusura del quotidiano d’informazione Al-Jazeera e della base militare turca a Doha e la limitazione delle relazioni con l’Iran. Il Qatar ha rigettato la lista definendola “non realistica”, e descrivendo le richieste “non perseguibili”.

Il ministro Shoukry ha dichiarato, al termine della sua visita nella la capitale sudanese Khartum, del 9 settembre scorso, che l’emiro del Kuwait, lo sceicco Sabah Al-Ahmad Al-Jaber Al-Sabah, al momento occupa una posizione speciale, in quanto dedito alla ricerca di una riunificazione tra tutti i Paesi arabi. Tuttavia, i quattro Paesi fautori del blocco sono stati chiari e le 13 richieste presentate in precedenza non hanno ancora ricevuto un segnale positivo da parte del Qatar. Per il ministro egiziano, si tratta di richieste legate agli interessi dei propri popoli, volte ad affrontare politiche dannose che incidono negativamente e che devono essere respinte. Pertanto, “non vi saranno cambiamenti fino a quando il Qatar non mostrerà il suo effettivo interesse verso quanto richiesto e smetterà di interferire negli affari interni di altri Paesi”.

Risale al 29 agosto scorso l’inizio della corrispondenza tra l’emiro del Qatar, lo sceicco Tamim bin Hamad Al-Thani, e la controparte kuwaitiana. Per quanto riguarda il Kuwait, è stato espresso il desiderio di ripristinare le “relazioni fraterne” tra le due parti e di cercare modi per rafforzare e sviluppare un partenariato in diversi ambiti, oltre ad interessarsi a questioni di interesse comune e agli ultimi sviluppi nella regione. A detta di alcuni analisti, lo scambio di lettere tra i due emiri può essere visto come un tentativo da parte kuwaitiana di continuare a fungere da mediatore nel Golfo, con l’obiettivo di giungere ad una soluzione per la crisi del Golfo.

Il Kuwait ha svolto anche in precedenza un ruolo di mediatore in tale contesto, invitando le parti coinvolte al dialogo, sin dall’agosto 2017. Inoltre, l’emiro Al-Sabah incontrerà il prossimo 12 settembre, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e ci si aspetta che gli sviluppi della crisi saranno posti in agenda. Il vice primo ministro e ministro della Difesa del Qatar, Khalid bin Mohammed Al-Attiyah, rispondendo a una domanda sullo stato della crisi a distanza di due anni, ha risposto affermando che la posizione del proprio Paese è stata chiara fin dall’inizio. Il Qatar è aperto al dialogo ed invita i propri interlocutori al dialogo e alla negoziazione, ma incondizionatamente.

In tale quadro, il 13 gennaio scorso, il Segretario di Stato statunitense, Mike Pompeo, si è recato a Doha ed ha evidenziato l’importanza di superare la crisi per salvaguardare l’integrità ed il ruolo dell’Alleanza Strategica in Medio Oriente (Mesa). Quest’ultima consiste in un patto politico-militare, chiamato anche “NATO araba”, proposto per la prima volta il 20 maggio 2017 dal presidente Trump, con l’obiettivo di favorire una maggiore sicurezza e stabilità nella regione, alla luce della crescente minaccia iraniana.

 

 

 

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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