Hong Kong: Carrie Lam chiede agli USA di non interferire

Pubblicato il 10 settembre 2019 alle 11:25 in Cina Hong Kong USA e Canada

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La governatrice di Hong Kong, Carrie Lam, ha avvertito gli Stati Uniti di non “interferire” nelle questioni interne della città e ha sottolineato che la violenza non risolverà i problemi sollevati dai manifestanti. 

Il discorso è arrivato a seguito di un nuovo fine settimana di scontri, che sono diventati a volte violenti. Domenica 8 settembre, i manifestanti di Hong Kong hanno marciato verso il consolato statunitense, per rinnovare l’attenzione internazionale sulla crisi in atto nella città semi-autonoma cinese. Migliaia di persone hanno sventolato bandiere a stelle e strisce, gridando slogan in inglese: “Combatti per la libertà! Stai con Hong Kong!”. La manifestazione è stata pacifica, ma la polizia in tenuta antisommossa è stata allertata. Inoltre, nello stesso weekend, numerosi studenti delle scuole superiori si sono uniti alle proteste. 

A seguito di tali manifestazioni, il governo di Hong Kong ha affermato che qualsiasi modifica delle sue relazioni economiche con Washington minaccerebbe i “benefici reciproci”. “È estremamente inappropriato per qualsiasi Paese interferire negli affari di Hong Kong”, ha riferito ai giornalisti. Similmente, i funzionari cinesi hanno accusato le forze straniere di aver cercato di colpire Pechino creando il caos in città come Hong Kong e hanno messo in guardia altre nazioni dall’interferire sul territorio, affermando che la situazione è un “affare interno”. Da parte sua, Washington ha respinto le accuse di sostenere i manifestanti. 

Le mobilitazioni ad Hong Kong sono iniziate il 31 marzo e, dopo tre mesi, si erano già trasformate in una sfida contro il governo della città e contro l’influenza di Pechino. Hong Kong è “tornata alla Cina” nel 1997 e ha perso il suo status di colonia britannica. Per questo, secondo Lu Kang del Ministero degli Esteri di Pechino, i Paesi occidentali non devono interessarsi a quanto sta accadendo sull’isola. La regione autonoma speciale della Cina gode di maggiori libertà democratiche e di un sistema giuridico e legislativo indipendente da quello di Pechino, secondo il principio “un Paese, due Sistemi”. L’isola è governata in base a una legge costituzionale nota come Base Law, mutuata dal diritto anglosassone. 

Anche l’8 settembre, come avviene sistematicamente da oltre 3 mesi nella città, le forze dell’ordine antisommossa hanno fatto uso di mezzi di dispersione della folla contro i manifestanti a Hong Kong. Parte degli attivisti ha, d’altro canto, innalzato barricate, sfondato finestre, appiccato incendi nelle strade e danneggiato stazioni metropolitane e parti del distretto centrale, il più lussuoso della città. Le sommosse sono iniziate nel pomeriggio, e la polizia ha risposto con cannoni a pompa, proiettili di gomma e lacrimogeni. Numerosi gli arresti durante tutta la giornata.

Gli attivisti pro-democrazia hanno 4 richieste, oltre quella relativa al ritiro di una proposta di legge che permetteva l’estradizione in Cina, che l’esecutivo di Hong Kong ha cancellato definitivamente il 4 settembre. La prima riguarda l’avvio di una inchiesta indipendente su ciò che è accaduto nel corso delle proteste, sia in riferimento alla condotta dei manifestanti, ma sopratutto per quanto riguarda l’utilizzo della violenza da parte delle autorità. La seconda è quella di ottenere elezioni libere e democratiche, sul modello di Taiwan. La terza richiesta prevede invece l’abbandono del termine “rivolta” in riferimento alle manifestazioni in corso ad Hong Kong. Infine, gli attivisti chiedono che vengano annullati i capi d’accusa indirizzati contro coloro che fino ad ora sono stati arrestati.  

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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