Manifestanti di Hong Kong marciano verso il consolato USA

Pubblicato il 9 settembre 2019 alle 10:12 in Hong Kong USA e Canada

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I manifestanti di Hong Kong hanno marciato verso il consolato statunitense, durante il loro 14° fine settimana consecutivo di proteste, per rinnovare l’attenzione internazionale sulla crisi in atto nella città semi-autonoma cinese.

Migliaia di persone si sono radunate nel centro di Hong Kong e hanno marciato verso il consolato sventolando bandiere statunitensi e gridando slogan in inglese: “Combatti per la libertà! Stai con Hong Kong!”. La manifestazione è stata pacifica, ma la polizia in tenuta antisommossa è stata allertata. Numerosi studenti si sono uniti alle proteste nelle ultime settimane. Dopo mesi di manifestazioni, il 4 settembre, la governatrice di Hong Kong, Carrie Lam, ha infine annunciato il ritiro definitivo della controversa legge che permetterebbe l’estradizione degli abitanti della città semi-autonoma in Cina, e che è stato il motivo scatenante delle proteste a giugno. Tuttavia, molti manifestanti sostengono che la concessione sia “troppo poco” e “troppo tardi”. “Per tre mesi la polizia ci ha picchiati. Ritirare la proposta di legge solo ora è come mettere un cerotto”, ha dichiarato Shan Chan, una studentessa di 15 anni, con in mano un poster che mostra l’edificio del Congresso degli Stati Uniti. “Dobbiamo ancora alzarci e mostrare come non siamo stanchi”, ha aggiunto. Sui muri della città sono stati dipinti slogan che fanno appello al presidente USA, con le parole: “Presidente Trump, liberaci!”.

Le mobilitazioni ad Hong Kong sono iniziate il 31 marzo e, dopo tre mesi, si erano già trasformate in una sfida contro il governo della città e contro l’influenza di Pechino. Hong Kong è “tornata alla Cina” nel 1997 e ha perso il suo status di colonia britannica. Per questo, secondo Lu Kang del Ministero degli Esteri di Pechino, i Paesi occidentali non devono interessarsi a quanto sta accadendo sull’isola. La regione autonoma speciale della Cina gode di maggiori libertà democratiche e di un sistema giuridico e legislativo indipendente da quello di Pechino, secondo il principio “un Paese, due Sistemi”. L’isola è governata in base a una legge costituzionale nota come Base Law, mutuata dal diritto anglosassone. 

Anche l’8 settembre, come avviene sistematicamente da oltre 3 mesi nella città, le forze dell’ordine antisommossa hanno fatto uso di mezzi di dispersione della folla contro i manifestanti a Hong Kong. Parte degli attivisti ha, d’altro canto, innalzato barricate, sfondato finestre, appiccato incendi nelle strade e danneggiato stazioni metropolitane e parti del distretto centrale, il più lussuoso della città. Le sommosse sono iniziate nel pomeriggio, e la polizia ha risposto con cannoni a pompa, proiettili di gomma e lacrimogeni. Numerosi gli arresti durante tutta la giornata.

Gli attivisti pro-democrazia hanno 4 richieste, oltre quella relativa al ritiro di una proposta di legge che permetteva l’estradizione in Cina, che l’esecutivo di Hong Kong ha cancellato definitivamente il 4 settembre. La prima riguarda l’avvio di una inchiesta indipendente su ciò che è accaduto nel corso delle proteste, sia in riferimento alla condotta dei manifestanti, ma sopratutto per quanto riguarda l’utilizzo della violenza da parte delle autorità. La seconda è quella di ottenere elezioni libere e democratiche, sul modello di Taiwan. La terza richiesta prevede invece l’abbandono del termine “rivolta” in riferimento alle manifestazioni in corso ad Hong Kong. Infine, gli attivisti chiedono che vengano annullati i capi d’accusa indirizzati contro coloro che fino ad ora sono stati arrestati.  

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Maria Grazia Rutigliano

 

 

di Redazione

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