Libia: l’arrivo di mercenari rischia di aggravare il conflitto

Pubblicato il 8 settembre 2019 alle 6:12 in Africa Libia

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L’inviato speciale delle Nazioni Unite in Libia, Ghassan Salamè, ha avvertito che il conflitto in corso nel Paese nordafricano potrebbe essere aggravato e amplificato a causa dell’arrivo di migliaia di mercenari stranieri. L’allarme è stato lanciato dal rappresentante dell’Onu in un incontro del Consiglio di Sicurezza, durante il quale Salamè ha dichiarato: “Il recente arrivo, appena segnalato, di migliaia di mercenari in Libia rischia di causare un’ulteriore estensione e inasprimento del conflitto”.

Nel corso del suo intervento, il diplomatico ha poi aggiunto che la guerra è stata ulteriormente aggravata dalle frequenti violazioni dell’embargo sulle armi, imposto nel mese di aprile a tutte le parti del conflitto e ai vari attori esterni. “Il panel di esperti sta indagando su oltre 40 casi di violazione, di varia entità, dell’embargo sulle armi, nonostante la mancanza di cooperazione da parte della maggioranza degli Stati membri coinvolti”, ha affermato l’inviato dell’ONU.

La Libia, dal 4 aprile 2019, si è ritrovata ad affrontare una grave escalation delle violenze, causata dall’avanzare dell’esercito del generale Khalifa Haftar contro la capitale del governo internazionalmente riconosciuto di Tripoli. Il Governo di Accordo Nazionale, presieduto dal premier Fayez al-Serraj, si trova sotto assedio dell’Esercito Nazionale Libico ormai da diversi mesi. Le due parti, tuttavia, sono al momento imbrogliate in una situazione di stallo nelle periferie meridionali di Tripoli, dove, dopo una serie di successi militari, Haftar si trova bloccato con le sue truppe.

Dal 28 agosto, dunque, la capitale stava vivendo una relativa calma, con le forze di Al-Sarraj che affermano di aver compiuto notevoli progressi nel Sud-Est della città. Tuttavia, fonti militari hanno rivelato che Haftar ha intenzione di dirigersi nuovamente verso Gharyan, città situata a circa 90 km a Sud-Ovest di Tripoli, per prenderne il controllo, dopo la sconfitta del 27 giugno scorso. A tal proposito, è stato affermato che diversi gruppi militari dell’LNA si stanno concentrando nelle aree di Wadi Mursit e Al- Arban ed altri rinforzi si stanno dirigendo verso il Sud di Gharyan. Da parte sua, anche il governo di Tripoli sembra intenzionato a riprendere le operazioni e a non arrestare i combattimenti. Il 6 settembre, le forze aeree della capitale hanno condotto attacchi aerei, per mezzo di droni, contro la città di Tarhuna, situata a circa 90 km a Sud-Est di Tripoli. Inoltre, è stato formato un nuovo gruppo di milizie, dal nome “Forza di sicurezza di Tarhuna”, in preparazione ad un attacco verso tale città, che rappresenta un baricentro rilevante per l’esercito di Haftar. La mossa da parte di Al-Sarraj, preludio di una nuova vasta operazione militare, sembra quindi contraddire le pressioni giunte a livello internazionale, che mirano a porre fine ai combattimenti e alla crisi in Libia. L’operazione potrebbe anche interrompere lo stallo degli ultimi giorni e riportare il conflitto a livelli preoccupanti.

Inoltre, il portavoce del centro media dell’operazione “Vulcano di rabbia”, intrapresa il 7 aprile scorso dall’esercito di Tripoli per respingere Haftar, Mustafa Al-Mujai, ha affermato che le proprie forze stanno monitorando i movimenti degli avversari. Non da ultimo, il 4 settembre, alcuni gruppi di Al-Arban sono stati colpiti dalle forze aeree di Tripoli. È stato poi dichiarato che le forze di Haftar “non riusciranno a progredire né a cambiare lo stato della battaglia” e che l’esercito del governo di Tripoli si sta anch’esso preparando per un’operazione globale, anche nelle aree fuori la capitale.

La situazione di grave instabilità in Libia ha avuto inizio il 15 febbraio 2011, data che ha segnato l’inizio della rivoluzione e della guerra civile. Gli schieramenti che si oppongono sono due. Da un lato, il governo di Tripoli, nato con gli accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015, guidato da Fayez al-Sarraj e riconosciuto dall’Onu. Dall’altro lato, il governo di Tobruk, con il generale Khalifa Haftar. Il governo di Tobruk riceve il sostegno di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia e Francia. In particolare, Il Cairo, Riad ed Abu Dhabi sostengono militarmente ed economicamente le forze dell’esercito di Haftar. Il Qatar e la Turchia appoggiano, invece, il governo riconosciuto a livello internazionale.

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Chiara Gentili

di Redazione

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