Hong Kong: polizia usa lacrimogeni contro la folla, cittadini si appellano a Trump

Pubblicato il 8 settembre 2019 alle 18:10 in Cina Hong Kong

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La polizia a Hong Kong ha usato lacrimogeni per disperdere manifestanti radunati nel quartiere dello shopping di lusso, Causeway Bay, dopo che molti di loro si sono radunati davanti al consolato americano chiedendo aiuto agli Stati Uniti affinché venga ripristinata la democrazia nella città controllata da Pechino.

Domenica 8 settembre, come avviene sistematicamente da oltre 3 mesi nella città, le forze dell’ordine antisommossa hanno fatto uso di mezzi di dispersione della folla contro i manifestanti a Hong Kong. Parte degli attivisti ha, d’altro canto, innalzato barricate, sfondato finestre, appiccato incendi nelle strade e danneggiato stazioni metropolitane e parti del distretto centrale, il più lussuoso della città. Le sommosse sono iniziate nel pomeriggio, e la polizia ha risposto, per la 14ima settimana di fila, con cannoni a pompa, proiettili di gomma e lacrimogeni. Numerosi sono stati anche gli arresti.

Migliaia di cittadini in protesta hanno fatto appello al presidente americano, Donald Trump, affinché egli “liberi” la città e riporti nel luogo la democrazia: “Combatti per la libertà, stai con Hong Kong”, hanno urlato davanti al consolato americano. E ancora: “Resisti a Pechino, libera Hong Kong”. Il Segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Mark Esper, il giorno prima aveva intimato alla Cina di limitare le repressioni nella città, tornata sotto il governo di Pechino nel 1997.

Ad agosto, Trump ha consigliato alla Cina di risolvere la situazione “in maniera umana”, dopo aver in passato parlato delle medesime proteste come di “rivolte” che Pechino doveva saper gestire autonomamente.

Dopo settimane di manifestazioni, il 4 settembre, la governatrice di Hong Kong, Carrie Lam, ha infine annunciato il ritiro definitivo della controversa legge che permetterebbe l’estradizione degli abitanti della città semi-autonoma in Cina, e che è stato il motivo scatenante delle proteste a giugno. Tuttavia, molti manifestanti sostengono che la concessione sia “troppo poco” e “troppo tardi”.

In particolare, nell’attuale situazione, il ritiro della legge per l’estradizione potrebbe non essere sufficiente in quanto ad oggi gli attivisti pro-democratici hanno anche altre 4 richieste che l’esecutivo di Hong Kong non ha considerato. La prima riguarda l’avvio di una inchiesta indipendente su ciò che è accaduto nel corso delle proteste, sia in riferimento alla condotta dei manifestanti, ma soprattutto per quanto riguarda l’utilizzo della violenza da parte delle autorità. La terza fa appello all’ottenimento di elezioni libere e democratiche, sul modello di Taiwan. La quarta richiesta prevede invece l’abbandono del termine “rivolta” in riferimento alle manifestazioni in corso ad Hong Kong. Infine, gli attivisti chiedono che vengano annullati i capi d’accusa indirizzati contro coloro che fino ad ora sono stati arrestati.

Le mobilitazioni ad Hong Kong sono iniziate il 31 marzo e, dopo tre mesi, si erano già trasformate in una sfida contro il governo della città e contro l’influenza di Pechino. Hong Kong è “tornata alla Cina” nel 1997 e ha perso il suo status di colonia britannica. Per questo, secondo Lu Kang del Ministero degli Esteri di Pechino, i Paesi occidentali non devono interessarsi a quanto sta accadendo sull’isola. La regione autonoma speciale della Cina gode di maggiori libertà democratiche e di un sistema giuridico e legislativo indipendente da quello di Pechino, secondo il principio “un Paese, due Sistemi”. L’isola è governata in base a una legge costituzionale nota come Base Law, mutuata dal diritto anglosassone.

 

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Consultazione delle fonti inglesi e redazione a cura di Claudia Castellani

di Redazione

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