Sudan: nominato nuovo governo, 4 donne tra i ministri

Pubblicato il 7 settembre 2019 alle 6:23 in Africa Sudan

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

Il premier sudanese, Abdalla Hamdok, ha annunciato la formazione del nuovo governo, il primo dopo la destituzione dell’ex presidente Omar al-Bashir, l’11 aprile 2019. L’esecutivo è stato nominato sulla base dell’accordo politico stipulato a luglio tra militari e civili e resterà in carica per 3 anni e 3 mesi, fino all’annuncio di future elezioni.

Il primo ministro ha rilasciato i nomi dei 18 ministri del nuovo gabinetto, ma altri 2 devono ancora essere designati. Tra i membri del nuovo esecutivo ci sono anche 4 donne, tra cui Asmaa Abdallah, primo Ministro degli Esteri donna del Paese. Le altre nomine comprendono Ibrahim Elbadawi, ex economista della Banca Mondiale, nel ruolo di ministro delle Finanze e Madani Abbas Madani, leader della coalizione civile che ha guidato la negoziazione dell’accordo con i militari, come ministro dell’Industria e del Commercio. Il generale Jamal Omar, membro del Consiglio Militare di Transizione che è salito al potere dopo la caduta di al-Bashir, è stato invece nominato ministro della Difesa.

“Il nuovo governo inizierà il suo lavoro immediatamente in maniera armoniosa e collettiva”, ha dichiarato Hamdok durante una conferenza stampa a Khartoum. “Oggi iniziamo una nuova fase della nostra storia. Cercheremo di stabilire un programma nazionale e la ristrutturazione dello Stato sudanese”, ha aggiunto. Il nuovo governo rappresenta una svolta importante per il Paese dell’Africa orientale, intenzionato a intraprendere una significativa transizione democratica dopo 30 anni di regime autoritario sotto la presidenza di al-Bashir, caratterizzata da conflitti interni, isolamento internazionale e profondi problemi economici.

Il nuovo primo ministro del Sudan, Abdalla Hamdok, ha prestato giuramento, mercoledì 21 agosto, come leader del governo di transizione, promettendo di riportare la stabilità a livello nazionale, risolvere la crisi economica e garantire una pace duratura. Il capo del deposto Consiglio militare, Abdel Fattah al-Burhan, ha invece assunto il ruolo di presidente del Consiglio Sovrano,  l’organo che gestirà il Paese per 3 anni fino a nuove elezioni. Tale organismo è composto da 10 membri, 5 nominati dai militari e 5 dai civili, più 1 che viene designato di comune accordo tra le parti.

Uno dei compiti principali del governo di transizione, durante i primi 6 mesi del suo operato, sarà la definizione di un piano pacificatore mirato a sedare i conflitti tra i gruppi armati attivi nella parte meridionale e occidentale del Paese. Due importanti punti di dibattito sono poi il ruolo del Servizio di Intelligence Generale del Paese e quello delle Forze di Supporto Rapido (RSF), il più potente gruppo paramilitare sudanese. In base alla bozza della dichiarazione, i servizi segreti riporteranno direttamente al gabinetto di governo e al consiglio sovrano, organo che governerà il Paese nel periodo di transizione, mentre le RSF ricadranno nella giurisdizione del commando generale delle forze armate. I manifestanti hanno altresì ottenuto l’istituzione di una commissione d’inchiesta nazionale indipendente che indagherà sulla violenta repressione delle proteste in tutto il Paese, dopo la rimozione dell’ex presidente, Omar al-Bashir, l’11 aprile. Nello specifico ci sarà una “inchiesta trasparente e indipendente” sui fatti del 3 giugno nella capitale, Khartoum, che hanno causato la morte di più di 100 individui. 

Le manifestazioni in Sudan sono iniziate il 19 dicembre 2018 e in pochi mesi hanno portato al rovesciamento del presidente al-Bashir.  Il leader sudanese è stato rimosso, dopo 30 anni al potere, grazie all’intervento delle forze armate. A seguito di tale evento, l’esercito del Paese ha dichiarato l’instaurazione di un governo militare di transizione, con a capo Al-Burhan. Da allora i manifestanti nelle strade della capitale hanno continuato a protestare, per chiedere che fosse lasciato il posto ad un esecutivo civile. Nonostante si sia più volte tentato di avviare un dialogo, i colloqui si sono sempre interrotti a causa di un mancato accordo sulla composizione del futuro governo. Durante le proteste, le forze armate continuano a mettere in pericolo la vita dei cittadini sudanesi. In tale contesto, gli analisti sostengono che la rivolta che ha rovesciato al-Bashir rischia di perdere gli obiettivi di libertà e democrazia che si prefiggeva di raggiungere.

Scarica l’app gratuita di Sicurezza Internazionale da Apple Store o Google Play

Chiara Gentili

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.