Kosovo, Haradinaj: “Se la Serbia non ci riconosce non ha senso sedersi al tavolo negoziale”

Pubblicato il 6 settembre 2019 alle 18:30 in Kosovo Serbia USA e Canada

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Il premier uscente del Kosovo, Ramush Haradinaj, ha dichiarato che finché la Serbia non riconoscerà l’indipendenza di Pristina non avrà senso avviare un processo di dialogo.

Nello specifico, Haradinaj ha reso noto di “sapere bene che la Serbia ha informato la comunità internazionale della difficoltà provata nel riconoscere il Kosovo e del fatto che manchi ancora qualcosa”, senza però “aver specificato a cosa si riferisca”.

A tale riguardo, Haradinaj ha ipotizzato che le rivendicazioni della Serbia possano far riferimento alla sfera economica, dal momento che “la questione dei confini è stata definita”.

In linea con le parole di Haradinaj, la Serbia aveva precedentemente menzionato la possibilità di imporre sanzioni sui beni importati dal Kosovo in risposta alle sanzioni che Pristina ha imposto sui beni importati da Belgrado, facendo riferimento al “principio della reciprocità”. Tale possibilità, però, non ha spaventato il primo ministro uscente, dal momento che, come da lui dichiarato, “se la Serbia decide di imporre sanzioni contro il Kosovo, non ci colpirebbe molto”, dato che le esportazioni di Pristina verso Belgrado sono minime, mentre il flusso inverso è molto elevato.

In riferimento a tali sanzioni, imposte da Pristina per via dei sospetti in merito al tentativo della Serbia di ostacolare l’ingresso del Kosovo nell’Interpol, il nuovo inviato speciale per i Balcani occidentali degli Stati Uniti, Matthew Palmer, aveva dichiarato di sperare che il Kosovo ritiri quanto applicato sui beni provenienti dalla Serbia al fine di promuovere il dialogo tra i due Paesi.

Tuttavia, probabilmente in risposta alle parole dell’alleato americano, Haradinaj ha dichiarato di “avere buoni rapporti con tutti gli Stati che hanno riconosciuto il Kosovo, ma questi non possono più obbligare Pristina a prendere determinate decisioni” dal momento che il Kosovo “è uno Stato sovrano”. In tale contesto, ha spiegato il premier uscente, l’unico “principio della reciprocità” che può essere preso in considerazione dalla Serbia è quello del mutuo riconoscimento sulla base dei confini esistenti. Fino a quando ciò non avverrà, non avrà senso, secondo il premier uscente, avviare il processo di dialogo.

Le parole del premier uscente giungono in contrasto a quanto finora emerso in seguito alla nomina di Palmer, avvenuta lo scorso 30 agosto. Tale incarico era stato colto con entusiasmo dai Paesi della regione, che apprezzavano il ritorno  nei Balcani degli Stati Uniti, ritenuti in grado di portare seri benefici alla turbolenta regione. In particolare, tutti i Paesi coinvolti avevano lasciato intendere di avere aspettative positive in merito alla possibile riapertura del dialogo tra Serbia e Kosovo finalizzato alla normalizzazione dei loro rapporti, il che potrebbe aprire le porte alla totale integrazione della regione nelle principali istituzioni occidentali.

Persino la Serbia aveva dichiarato di intravedere dopo tempo uno spiraglio di possibilità per la riapertura del dialogo, sebbene questa fosse vincolata alla formazione del governo di Pristina, prevista per la fine dell’anno. La speranza, aveva dichiarato Vucic, è che “il nuovo governo sia più costruttivo e positivo” e che nello specifico “abolisca le tasse sui beni serbi e apra la strada per un nuovo dialogo”. Parallelamente, stando a quanto reso noto dal ministro degli Esteri, la Serbia aveva dichiarato di aver accolto positivamente la nomina di Palmer e sperare che il nuovo inviato degli Stati Uniti “possa assumere un ruolo positivo nel ripristino del dialogo tra Belgrado e Pristina”.

È un momento delicato per la Serbia e per il Kosovo, entrambi vicine alle elezioni. Il Kosovo andrà ad elezioni il 6 ottobre, dopo che Haradinaj si è dimesso nel mese di luglio, mentre la Serbia nella prossima primavera. Tale fattore è considerato propizio dagli Stati Uniti, che intendono fare da mediatore affinchè tra le due elezioni si riapra il dialogo. Da parte sua, il premier della Serbia, Aleksandar Vucic, ha dichiarato di ritenere che le due parti potranno tornare al tavolo delle negoziazioni “non prima dell’inizio del mese di dicembre”, data la prossimità delle elezioni a Pristina. Nel frattempo, gli Stati Uniti hanno reso noto di essere dalla parte della Serbia, quanto da quella del Kosovo, in quanto Washington, che intende fare da mediatore, vuole “aiutare entrambe le parti a raggiungere e identificare i punti di incontro, così come le differenze, al fine di raggiungere un accordo che possa essere il migliore possibile per il futuro di entrambi”.

La ripresa del dialogo tra Kosovo e Serbia era stata esortata già il 13 agosto, quando Stati Uniti, Francia, Germania, Italia e Regno Unito avevano rilasciato una dichiarazione congiunta in cui invitavano i due Paesi a riavviare il processo di dialogo “con urgenza” dal momento che lo status quo “non è sostenibile”. In particolare, i 5 Paesi avevano dichiarato che “dopo anni di stagnazione, è giunto il momento di porre fine ai conflitti degli anni Novanta e di assicurare un futuro certo e prosperoso ai cittadini del Kosovo e della Serbia”. A tale riguardo, l’Alto rappresentante per la Politica Estera dell’UE, Federica Mogherini, aveva dichiarato, in occasione della conferenza degli ambasciatori europei che si è tenuta a Bruxelles il 2 settembre, che l’ingresso dei Paesi del Balcani nell’Unione “sia necessario per l’Unione e per la regione” dal momento che si tratta della “riunificazione del continente europeo”.

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Jasmine Ceremigna

di Redazione

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