Bosnia: arriva il monito sui crimini di guerra dall’OSCE

Pubblicato il 6 settembre 2019 alle 13:48 in Balcani Europa

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I processi per i crimini di guerra in Bosnia procedono ad un’andatura troppo lenta, dal momento che migliaia di indiziati non sono ancora stati sentiti dalla procura, la quale tra l’altro ha condannato solo una piccola percentuale di persone.

È quanto dichiarato dal vertice uscente della missione dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE) in Bosnia ed Erzegovina, Bruce Berton, nel corso di una intervista a BIRN. Nello specifico, Berton ha rivelato, al termine dei suoi due anni di permanenza a Sarajevo, di temere che le vittime dei crimini di guerra in Bosnia ed Erzegovina abbiano ottenuto “insufficiente giustizia” nei quasi 25 anni che sono trascorsi dalla dissoluzione della Iugoslavia.

In particolare, ha rivelato Berton, “le vittime e i loro familiari devono ottenere giustizia”, ma “i processi vanno avanti troppo lentamente, le condanne sono troppo poche e la procura non ha mantenuto le proprie promesse”, facendo riferimento agli accordi sulla decentralizzazione dei processi, in base ai quali alcuni casi potevano essere trasferiti ad altri tribunali così da poter essere giudicati più velocemente.

Parallelamente, Berton ha reso noto di aver raccomandato più volte all’autorità giudiziaria centrale di “ricostituire i gruppi di lavoro regionali che esistevano precedentemente, così da poter nuovamente disporre di competenze specifiche e circoscritte alle singole aree del Paese”.

Ciò fa sì che i processi per i crimini di guerra in Bosnia siano caratterizzati da due problemi. Il primo “è di natura organizzativa”, ovvero relativa alla centralizzazione dei processi. Il secondo problema, invece, è di natura “qualitativa”, dato che dipende dalla mancanza di competenze specifiche.

Al fine di fronteggiare entrambi, il capomissione OSCE in Bosnia ed Erzegovina ha richiesto al governo di Sarajevo di adottare la nuova versione del piano programmatico redatto dal Consiglio Superiore della Magistratura lo scorso anno. Tale piano prevede che tutti i crimini di guerra debbano essere giudicati entro il 2023, lasciando i casi più complessi alla magistratura e trasferendo gli altri ai tribunali locali competenti. Prima della redazione della nuova versione del piano programmatico, la scadenza fissata dal Consiglio Superiore della Magistratura era il 2015, ma ad oggi, secondo quanto emerso nel corso dell’intervista, i casi che ancora non sono stati processati sono più di mille.

Il piano programmatico, tuttavia, non ha ancora ricevuto l’approvazione del Consiglio dei ministri, il quale ha più volte contestato la sezione del Piano riguardante i cosiddetti casi di “Categoria A”, ovvero i fascicoli che la Corte internazionale di Giustizia dell’Aia ha trasferito alla procura bosniaca prima del completamento delle indagini. A tale riguardo, il governo di Sarajevo ha più volte insistito sull’inserire nel Piano programmatico alcune specifiche in grado di stabilire che i casi di “Categoria A” vengano considerati prioritari, dato che secondo il governo la magistratura non si sta concentrando su tali fascicoli.

La tesi del governo, però, è stata smentita da Berton, il quale ha dichiarato che in base alle informazioni in possesso della missione OSCE in Bosnia ed Erzegovina, “non vi è ragione per non approvare la nuova versione del piano programmatico”, dal momento che “secondo le rilevazioni della missione, la Procura ha finora preso in carico molti casi della Categoria A”.

A non essere stati presi in considerazione, invece, sottolinea Berton, sono piuttosto i processi per corruzione, soprattutto quelli di competenza della magistratura bosniaca e della procura speciale della Repubblica Srpska, la Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina. Entrambe, secondo Berton, “hanno preso in carico un numero minimo di casi” dato che nel report iniziale redatto dalla missione OSCE i funzionari europei avevano “segnalato 15 casi, di cui 13 non sono stati presi in considerazione, oppure sono stati affrontati in maniera molto lieve”.

Ciò fa sì che da parte della principale organizzazione regionale in materia di sicurezza “la fiducia nel sistema giudiziario bosniaco sia davvero scarsa”, ma perché questa migliori “la procura deve procedere con le condanne” e al tempo stesso i magistrati “devono essere affidabili”.

La sfiducia riposta nelle autorità giudiziarie bosniache deriva in gran parte dal fatto che, secondo Berton, “il Consiglio Superiore della Magistratura sia una istituzione indubbiamente politicizzata”. Nello specifico, il capomissione OSCE ha rivelato che di recente, sia l’Unione Europea, sia l’ambasciata americana, hanno inviato una lettera al CSM bosniaco in cui si segnalavano due problemi principali. Il primo era la dubbia trasparenza del processo di assunzione. Il secondo problema evidenziato dall’UE e dagli Stati Uniti faceva invece riferimento alla dubbia correttezza delle dichiarazioni patrimoniali dei giudici e dei magistrati.

Tali accuse, ha spiegato Berton, “danneggiano la reputazione del Consiglio e provocano la perdita di fiducia” nelle istituzioni della Bosnia. Ciò, tuttavia, avviene tanto a livello interno quanto a livello internazionale, complicando di fatto la ripresa del Paese e la sua integrazione nelle principali istituzioni europee.

La missione OSCE in Bosnia ed Erzegovina, con sede a Sarajevo, è stata fondata nel 1995 al fine di assicurare la pace nel Paese all’indomani della dissoluzione della Iugoslavia e contribuire alla creazione di uno Stato democratico, stabile e sicuro. Al fine di raggiungere tale obiettivo, le aree di competenza della missione sono nove: i diritti umani; l’istruzione; lo stato di diritto; le politiche di genere; i valori democratici; la cooperazione in materia di sicurezza; le politiche in materia economica e ambientale; le politiche per la gioventù e la libertà delle comunicazioni.

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Jasmine Ceremigna

di Redazione

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