Regno Unito: l’arrivo inaspettato di Benjamin Netanyahu e il monito sull’Iran

Pubblicato il 5 settembre 2019 alle 18:38 in Israele Medio Oriente UK

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Il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, è giunto senza preavviso a Londra, giovedì 5 settembre, per incontrare il suo omologo inglese, Boris Johnson.

L’incontro, durato circa 29 minuti nel pieno della crisi sulla Brexit, è stato focalizzato sulla strategia del Regno Unito in Medio Oriente, soprattutto in riferimento all’accordo sul nucleare con l’Iran, in merito al quale Netanyahu ha chiesto all’omologo inglese di sospendere le trattative con Teheran.

Secondo quanto riportato al termine dell’incontro da un portavoce del governo, nel corso del vertice i due premier hanno concordato sulla “necessità di prevenire che l’Iran si doti di armi nucleari e di impedire che assuma una condotta ulteriormente destabilizzante”. Da parte sua, Johnson ha sottolineato come sia necessario perseguire la strada del dialogo e trovare una soluzione diplomatica.

Al centro dell’improvvisato vertice tra Johnson e Netanyahu vi è stato anche il tema del processo di pace in Medio Oriente. A tale riguardo, secondo le dichiarazioni di un portavoce del governo, il premier inglese ha reso noto di attendere di conoscere il piano per la pace redatto dagli Stati Uniti, nella speranza che “fornisca risposte alle richieste legittime di ambo le parti”.

Secondo quanto riportato dal sito di notizie The Guardian, l’approccio del premier inglese alla risoluzione del conflitto israelo-palestinese, in base a quanto dichiarato da Johnson alla stampa poco prima dell’incontro con Netanyahu, prevede il suo sostegno alla soluzione a due Stati, la quale però non rispecchia quanto previsto dagli americani.

Nel corso della giornata, il primo ministro inglese incontrerà anche il vicepresidente degli Stati Uniti, Mike Pence. Nel frattempo, a Londra, Netanyahu incontrerà il segretario alla Difesa americano, Mark Esper.

L’accordo sul nucleare menzionato da Netanyahu fa riferimento al Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), firmato il 14 luglio 2015 da Iran, Germania ed i 5 membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu, ovvero Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Russia e Cina, con cui si prevede la sospensione di tutte le sanzioni nucleari imposte precedentemente contro l’Iran dall’Unione Europea, dall’Onu e dagli USA, in cambio della limitazione delle attività nucleari da parte del Paese mediorientale. L’8 maggio 2018, gli Stati Uniti si sono ritirati dall’accordo sul nucleare, imponendo nuovamente sanzioni contro Teheran e peggiorando le relazioni tra i due Paesi. L’Unione Europea, dal canto suo, ha più volte sollecitato l’Iran ad astenersi da iniziative che potrebbero minare l’accordo del 2015 ed ha accolto con favore qualsiasi sforzo diplomatico volto a trovare una via d’uscita dalla crisi. Il 2 settembre scorso, la Francia ha offerto all’Iran una linea di credito dal valore di 15 miliardi di dollari, in cambio del completo rispetto dell’accordo del nucleare. Tale proposta, tuttavia, ha incontrato l’opposizione da parte degli Stati Uniti. Da parte sua, il presidente iraniano, Hassan Rouhani, ha dichiarato, nel corso di una riunione di mercoledì 4 settembre, che concederà all’Europa altri due mesi per salvare l’accordo sul nucleare.

Per quanto concerne invece il conflitto israelo-palestinese, il Piano redatto dagli Stati Uniti per la pace in Medio Oriente menzionato da Johnson, rinominato “accordo del secolo”, è il piano volto alla risoluzione del conflitto israeliano-palestinese, annunciato dagli Stati Uniti in occasione della conferenza di Manama, in Bahrein, il 25 e 26 giugno scorso. Il piano mira a raccogliere fondi pari a più di 50 miliardi di dollari da destinare all’Autorità Palestinese, oltre a creare un milione di posti di lavoro per i cittadini entro un lasso di tempo di 10 anni, con il fine ultimo di trasformare la Palestina ed il Medio Oriente da vittima di conflitti in un modello per il commercio in tutto il mondo. L’accordo, a detta del consigliere della Casa Bianca, nonché genero di Trump, Jared Kushner, esclude la soluzione a 2 Stati, sebbene questa sia appoggiata da gran parte dei Paesi arabi. 

Da parte loro, i palestinesi, che cercano una soluzione politica al conflitto in Medio Oriente, reclamano la liberazione della Cisgiordania, di Gerusalemme Est e della Striscia di Gaza, territori occupati da Israele nella guerra del 1967, per la costituzione di uno Stato indipendente. La soluzione a 2 Stati è stata stabilita nel 1993 con gli Accordi di Oslo e prevede la creazione di due Paesi in grado di coesistere uno di fianco all’altro, ovvero Israele da una parte e la Palestina dall’altra, con un’unica capitale, Gerusalemme, divisa tra i due.  Tuttavia, superando le politiche pianificate dai suoi predecessori, l’amministrazione Trump si è rifiutata di approvare tale soluzione. Dopo che Trump ha dichiarato, nel dicembre 2017, di riconoscere Gerusalemme capitale di Israele e di trasferire la propria ambasciata in questa città, inoltre, i palestinesi hanno chiuso i loro legami con la Casa Bianca. Gli Stati Uniti hanno altresì tagliato aiuti ai palestinesi equivalenti a centinaia di milioni di dollari e hanno ordinato la chiusura dell’ufficio diplomatico palestinese insediato a Washington. Inoltre, il 25 marzo, il presidente americano ha riconosciuto la sovranità israeliana sulle Alture del Golan. 

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Jasmine Ceremigna

di Redazione

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