ONU, Burundi: Paese ad “alto rischio”, pericolo di nuove atrocità

Pubblicato il 5 settembre 2019 alle 17:55 in Africa Burundi

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Secondo un rapporto delle Nazioni Unite, pubblicato mercoledì 4 settembre, il Burundi è a rischio di una nuova ondata di atrocità mentre si avvicina alle elezioni del 2020 con una crisi politica irrisolta e un presidente sempre più rappresentato come un sovrano “divino”.

Il rapporto della Commissione d’inchiesta dell’ONU sul Burundi afferma che nel Paese c’è un clima generale di paura e intimidazione nei confronti di chiunque non mostri sostegno al partito di governo al potere, il Consiglio Nazionale per la Difesa della Democrazia-Forze per la Difesa della Democrazia (CNDD-FDD). La polizia, le forze di sicurezza e la lega giovanile del partito, l’Imbonerakure, continuano a commettere gravi violazioni dei diritti umani, tra cui omicidi, sparizioni, torture e stupri di gruppo nei confronti di individui ritenuti oppositori del presidente Pierre Nkurunziza.

Il ministro dei Diritti Umani del Burundi, Martin Nivyabandi, ha riferito all’agenzia di stampa Reuters che il governo condanna le accuse delle Nazioni Unite e non ne riconosce l’indagine perché “hanno ignorato il principio fondamentale del dialogo con le autorità”. Il ministro ha poi aggiunto: “Il contenuto del rapporto non corrisponde alla realtà del Paese”.

Utilizzando un’analisi dei rischi in merito alle potenziali atrocità future, gli investigatori dell’ONU hanno affermato che in Burundi sussistono tutti gli elementi che inducono a ritenere la nazione africana un Paese rischioso. “Non esiste un sistema di avviso precoce migliore di questo”, ha detto il presidente del panel delle Nazioni Unite, Doudou Diene, in una nota. “Le elezioni del 2020 rappresentano un grave rischio”, afferma il rapporto, aggiungendo che il governo starebbe aumentando il controllo sulle organizzazioni non governative e che non esisterebbe un vero sistema multipartitico. Il rapporto afferma inoltre che la libertà di stampa è diventata una finzione e che il presidente Nkurunziza ha superato i suoi poteri, prendendo competenze che non rientrano nella sua autorità costituzionale e facendo affidamento su strutture informali oscure come, ad esempio, un comitato di militari.

Secondo quanto riporta il documento dell’ONU, in Burundi si può assistere anche ad una “pericolosa scivolata nella religiosità” evidente in alcune delle decisioni presidenziali, mentre il riecheggiare del motto “Dio, re, Paese” sta alimentando le speculazioni di un possibile restauro della monarchia proprio a vantaggio di Nkurunziza. “Il tema dell’origine divina del potere del Presidente è sempre più comune nei discorsi ufficiali pronunciati dal Presidente e da sua moglie”, afferma il rapporto.

Il presidente Nkurunziza era salito al potere il 26 agosto 2005, dopo che un accordo di pace era stato siglato tra i ribelli Hutu e l’esercito Tutsi per mettere fine alla guerra civile iniziata nell’ottobre 1993, in cui 300.000 persone erano state uccise. Nel luglio 2015, il leader decise di ricandidarsi per il suo terzo mandato presidenziale, scatenando un’intensa ondata di proteste. Gli oppositori contestarono la decisione sostenendo che fosse contraria alla costituzione, ma, nonostante le violenze e le repressioni governative, che causarono la morte di almeno 1.200 persone, Nkurunziza fu eletto nuovamente presidente con il 69,4% dei voti. La partecipazione popolare, tuttavia, risultò inferiore al 30% e molti tentarono di boicottare il voto. Dal 2015, oltre 400.000 cittadini sono fuggiti dal Burundi. Nel maggio 2018 sono stati approvati alcuni emendamenti significativi alla Costituzione del Paese, dopo che un referendum, che permetterà a Nkurunziza di rimanere in carica fino al 2034, ha ricevuto circa il 73% dei voti favorevoli. Gli emendamenti costituzionali, approvati con la votazione del 17 maggio, estendono il mandato presidenziale da 5 a 7 anni e daranno all’attuale presidente la possibilità di rimanere al potere per altri due mandati consecutivi.

Nel 1994, il Burundi ha vissuto una stagione di violenze e genocidi, quando il governo a maggioranza Hutu si è reso responsabile di numerosi massacri sulla comunità Tutsi, di minoranza. Nonostante la situazione di altissima tensione, che continua a caratterizzare il Paese ancora oggi, il governo del Burundi si è opposto all’invio da parte delle Nazioni Unite di truppe di peacekeeping per calmare le tensioni sul territorio. I diritti umani vengono violati sistematicamente da parte delle forze governative, le quali hanno il pieno controllo sulla società, ricorrendo a pratiche di tortura e detenzione su larga scala. Amnesty International ha riportato che fosse comuni vengono scoperte sistematicamente attraverso l’analisi di immagini e video satellitari. Nei disordini, peggiorati in seguito all’annuncio del terzo mandato di Nkurunziza nel 2015, centinaia di persone sono state uccise in seguito a raids governativi e attacchi esplosivi perpetrati da bande armate locali, le quali continuano a colpire i principali centri urbani.

“Un certo numero di gruppi ribelli armati nei paesi vicini ha affermato che potrebbero ricorrere alla forza per risolvere la situazione in Burundi. Potrebbero essere incoraggiati a farlo dall’improbabilità di una risoluzione alla crisi “, ha affermato il rapporto dell’ONU appena pubblicato.

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Chiara Gentili

di Redazione

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